Lavoro: boom di assunzioni per profili tecnici, ma non si trovano

Nei prossimi due anni il mercato del lavoro italiano avrà bisogno di assumere 200mila nuovi profili tecnici. Ma se ne troveranno solo 1 su 3

Nei prossimi due anni il mercato del lavoro italiano avrà bisogno di assumere 200mila nuovi profili tecnici. Questa è la buona notizia. La cattiva, invece, è che di questi profili necessari se ne troveranno solo 1 su 3.

È il quadro, in bilico tra il dato impietoso e lo slancio ottimistico, che emerge da una ricerca condotta da BVA Doxa per Quadrifor dal titolo Innovazione, digitalizzazione e competenze delle Pmi del terziario.

Che se da una parte apre a importanti sviluppi per il Belpaese, sia lato lavoro che lato impresa, dall’altro palesa chiaramente un deficit tutto italiano, quasi endemico: la mancanza di prospettiva e l’incapacità di investire su una formazione continua e specifica, il più possibile in grado di assecondare e assorbire le spinte innovative che arrivano dal mercato del lavoro in continua evoluzione.

Le competenze più richieste

I settori strategici sono diversi (la green economy è uno di questi) e tra le competenze più richieste nella ricerca troviamo l’analisi dei dati (55,7%), il digital marketing (39,8%), il social media management (37,7%) e la cybersecurity (36,0%).

Se poi diamo uno sguardo più laterale, spuntano skill meno “tecnologici”, ma altrettanto strategici ed essenziali: una carta capacità di analisi e valutazione degli scenari, ad esempio, il lavoro in team, l’abilità di pensiero manageriale e tutti quegli aspetti capaci di favorire il cambiamento e l’innovazione all’interno di un’azienda, sia essa tradizionale o giovane.

Il punto dolente è che serviranno 200mila tecnici, ma nei prossimi cinque anni addirittura il 60% delle competenze oggi più diffuse saranno da considerarsi obsolete. Servirà dunque specializzarsi, e poi continuare a farlo nel tempo.

Dimostrazione, casomai ce ne fosse ancora bisogno, che la formazione continua è in sé un fattore competitivo e fondamentale, e non rappresenta dunque soltanto un tramite per il raggiungimento di obiettivi più generali.

Cosa non funziona nelle PMI italiane

Come sappiamo, il tessuto produttivo italiano è composto quasi esclusivamente da piccole e medie imprese. Quelle fino a 250 dipendenti rappresentano la quasi totalità (99%), e di queste il 95% sono imprese micro con meno di 10 addetti. Inoltre, il 68% del valore aggiunto del nostro sistema economico proviene proprio dalle PMI.

Ma – e questo è il vero problema – la struttura e l’organizzazione tipiche delle PMI italiane sembrano cozzare contro la necessaria rivoluzione digitale che invece saranno chiamate a sposare.

Non dimentichiamo che i posti di lavoro a rischio in Italia sono tantissimi, e che la crisi occupazionale, per quanto si sia in qualche modo stabilizzata, non accenna a placarsi.

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