La crisi colpisce duramente anche i lavoratori interinali

In tre anni sono oltre 130mila i lavoratori che hanno perso il posto

La crisi economica che ha investito l’Italia negli ultimi tre anni ha lasciato sul campo oltre 130mila lavoratori interinali, registrando per la prima volta una flessione di questa tipologia contrattuale da quando è stata introdotta nel 1997 con il pacchetto Treu. A rilevarlo è uno studio dell’Ires-Cgil, dal titolo “Gli atipici interinali”.

Entrando nel dettaglio dello studio si nota come dopo il progressivo incremento che ha portato il numero di lavoratori interinali da 24.880 unità nel 1998 alle 582.168 del 2007, la crescita abbia bruscamente frenato facendo calare il numero di interinali a 449.411 nel 2010, pari a 132.757 unità in meno rispetto al 2007. I dati dimostrano come l’evoluzione del lavoro interinale vada in “perfetta sincronia rispetto al ciclo produttivo e di conseguenza del Pil”, rileva lo studio dell’istituto di ricerche della Cgil nel sottolineare come il pesante passo indietro del lavoro interinale si sia registrato soprattutto nel 2009, quando il Pil è calato del -5,1%.

A fronte della caduta del prodotto interno lordo, il numero di lavoratori interinali che avevano svolto almeno un giorno di missione in un anno (gli assicurati netti rilevati da fonti Inail) è crollato contestualmente passando dagli oltre 580mila del 2008 a 398.716 unità, pari cioè ad un flessione di circa il 38% (oltre 180 mila unità in meno). Di conseguenza nel 2010, con una leggera ripresa del Pil, anche il lavoro interinale ha registrato una crescita rispetto all’anno precedente ma su valori ancora molto al di sotto rispetto al 2008: gli assicurati netti sono saliti a circa 450 mila, per un +12,7% rispetto al 2009. Considerando invece gli occupati interinali equivalenti a tempo pieno, nel 2009 con 151.723 unità si è scesi al di sotto dei livelli del 2005, quando se ne contavano 155.028, con una riduzione del -33,4% rispetto al 2008. Quest’ultimo è stato l’anno in cui il trend crescente registrato dal 1998 – quando erano appena 2.800 gli equivalenti full-time del comparto – aveva portato l’indicatore a sfiorare le 230.000 unità.

Secondo la ricerca, quindi, “a parte una quota residuale di lavoro interinale impiegato in settori ‘a-ciclici’, ovvero l’8% in istruzione, pubblica amministrazione e sanità, la gran parte dell’occupazione interinale interessa comparti che risentono fortemente dell’andamento del ciclo economico: oltre il 70% interessa l’industria manifatturiera e il commercio all’ingrosso“. Il motivo si ritrova nel fatto, precisa lo studio dell’Ires, che “l’estrema flessibilità garantita da questa modalità di lavoro è il principale motivo per il quale questa forma contrattuale trova largo impiego nei comparti che risentono maggiormente dell’andamento della produzione”. La conferma dell’ “allineamento perfetto” tra lavoro interinale e andamento del ciclo economico, si legge nel crollo che la crisi ha determinato nell’occupazione interinale pari al -25% nel 2008, rispetto alla flessione dell’1,5% riscontrata per l’occupazione complessiva. In fase di ripresa, invece, il 2010 si è chiuso con un incremento del 9,6% dell’occupazione interinale (occupati mediamente ogni mese), mentre l’occupazione complessiva continuava ancora a diminuire (-0,6%).

Il lavoro interinale ha dimostrato quindi di essere “altamente flessibile” ma, allo stesso tempo, è stato durante la crisi ancora più esposto al rischio di precarietà.

La crisi colpisce duramente anche i lavoratori interinali