Jobs act: la Corte Costituzionale boccia i criteri sui licenziamenti

Un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore è, secondo la Corte, "contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione"

Altolà della Consulta alla riforma del lavoro voluta dal Governo Renzi. La Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l’articolo 3, comma 1, del Decreto legislativo n.23/2015 – anche noto come Jobs Act– sul contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, nella parte – non modificata dal successivo “Decreto dignità” – che determina in modo rigido l’indennità spettante al lavoratore ingiustificatamente licenziato. Una bocciatura per due governi, dunque: quello precedente e quello attualmente in carica.

In particolare, la previsione di un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore è, secondo la Corte, “contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione”.

Tutte le altre questioni relative ai licenziamenti sono state dichiarate inammissibili o infondate. La sentenza sarà depositata nelle prossime settimane.

DI MAIO – “Il Jobs act abbiamo iniziato a smantellarlo non solo noi ma anche la Corte Costituzionale” ha commentato il vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo, Luigi Di Maio, al question time alla Camera, spiegando che “bene aveva fatto il decreto dignità a lavorare nella direzione oggi indicata dalla Consulta”.

CAMUSSO – “Dalla Corte Costituzionale è arrivata una decisione importante e positiva” ha dichiarato Susanna Camusso, segretario generale della Cgil. “Nelle prossime settimane avremo modo di commentare nel dettaglio la decisione, tuttavia quanto stabilito oggi dalla Corte, a seguito di un rinvio del Tribunale di Roma su una causa per licenziamento illegittimo promossa dalla Cgil, è un segnale importante per la tutela della dignità dei lavoratori” ha aggiunto Camusso.

“Un sistema – ha sottolineato la leder della Cgil – irragionevole e ingiusto, che calpesta la dignità del lavoro e che permette di quantificare preventivamente il costo che un’azienda deve sostenere per ‘liberarsi’ di un lavoratore senza avere fondate e reali motivazioni. Vale a dire quello che potremmo definire la rigida monetizzazione di un atto illegittimo”.

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