Italiani delatori ben pagati. L’altra faccia del Giorno della Memoria

Nel giorno della Memoria la tragica contabilità su delatori e spie italiane. Il contributo nazionale allo sterminio degli ebrei

Altro che “italiani brava gente”: quasi la metà degli ebrei rastrellati nel nostro Paese dovettero la loro sorte alla delazione, al tradimento, agli inganni di vicini di casa, colleghi e conoscenti. Le carte degli archivi storici italiani sono piene di queste storie. Storie con i nomi di italiani che scelsero di collaborare con i nazisti di loro spontanea volontà, e che raccontano una vicenda molto diversa da quella troppo spesso celebrata nelle commemorazioni ufficiali.

Nel giorno della Memoria (27 gennaio) è giusto ricordare che anche la collaborazione attiva, capillare e spontanea di migliaia di “italiani comuni” fu fondamentale per l’arresto di migliaia di ebrei. I poliziotti tedeschi sfruttarono ampiamente i collaboratori italiani: spie, delatori, infiltrati, che agivano nei modi più diversi. Questo lavoro veniva pagato piuttosto bene, dato che su ogni ebreo, in media, veniva messa una taglia di 5.000 lire dell’epoca.

Amedeo Osti Guerrazzi su La Stampa segnala l’atroce normalità di quella che diventò un’occupazione stabile (tipo la borsa nera) e il concorso volenteroso di molti bravi patrioti alla shoah, allo sterminio, alla cancellazione della popolazione di religione ebraica dalla faccia dell’Europa.
“Un collaborazionista di Torino, ad esempio, si recò a casa di un rabbino fingendo di essere ebreo e di avere un parente in punto di morte. In questo modo riuscì a convincere il rabbino a uscire dal nascondiglio per andare a recitare le preghiere per il presunto moribondo. A Roma un altro collaborazionista si recava nelle carceri fingendosi un avvocato con agganci nel Tribunale tedesco, allo scopo di ottenere informazioni sui parenti dei reclusi, che venivano immediatamente girate alla polizia tedesca. A Genova un collaboratore della Gestapo aveva escogitato un metodo ancora più lucroso. Dopo aver arrestato un ebreo, fingeva di lasciarsi corrompere e faceva fuggire la sua vittima, che riarrestava immediatamente. In questo modo, il fascista riusciva a farsi pagare tre volte: due volte dai tedeschi, e una volta dalla vittima”.

Spesso, inoltre, prima di consegnare le loro vittime ai tedeschi, i collaborazionisti torturavano gli ebrei, allo scopo di ottenere altri nomi, altri indirizzi e altre vittime. Così un collaborazionista di Milano aveva messo su un piccolo “ufficio” in viale Albania, dove seviziava le vittime appena arrestate. In via Tasso, nel comando di Roma, interpreti e spie italiane si sostituivano ai tedeschi nel ruolo di torturatori.

A questi veri e propri professionisti, che avevano fatto della caccia all’ebreo un lavoro, si devono aggiungere anche le migliaia di cittadini che tradirono i vicini di casa, gli amici, i colleghi di lavoro, non solo per scopo di lucro, ma per odio personale, per vecchi rancori, oppure per motivi ideologici. Non si deve scordare, infine, il ruolo svolto dalle forze dell’ordine della Repubblica, che ebbero un ruolo fondamentale negli arresti.

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