Italia: l’innovazione c’è ma non si vede

La fanno le piccole e medie imprese, quello che manca è un "ecosistema"


L’Italia non fa ricerca e sviluppo, l’Italia non esporta, l’Italia si lagna. E’ tempo di sfatare i luoghi comuni, perché c’è un Belpaese che produce innovazione e la fa valere sui mercati del mondo. Purtroppo questa innovazione non si vede, perché è di tipo del tutto particolare e sfugge alle statistiche. E probabilmente non basta neppure. Però è un patrimonio da tutelare. Sull’ultimo numero di Nova – l’inserto del Sole 24Ore dedicato a ricerca, inovazione, creatività – un articolo di Antonio Carlo Larizza fa riferimento agli ultimi dati Ice sulle esportazioni italiane: nel terzo trimestre del 2007 l’export è cresciuto dell’11,5% rispetto allo stesso periodo del 2006. Ma il punto è che non aumenta in volume, bensì in valore. In pratica migliora la qualità, le aziende italiane esportano idee.

Il problema è che però i dati ufficiali parlano di un’Italia in cui non si fa ricerca. Che cos’è quindi l’innovazione italiana e dove si annida?

Si chiama “design thinking“, cioè creatività applicata, il suo humus sono le piccole-medie imprese (PMI). Non ha a che fare con la ricerca pura e produce pochi brevetti – uno dei dati misurati dagli indicatori tradizionali – consiste più che altro nel modificare il significato dei prodotti. Siamo grandi e creativi manipolatori.

In pratica, a prodotti tradizionali si conferiscono nuove funzioni, oppure si modificano leggermente per dare loro più appeal.
Tre esempi: le cappe da cucina, nelle mani dei designer italiani, si trasformano da (brutti) strumenti pratico-igienici a elementi d’arredo; gli occhiali Luxottica, da “aggeggio per vedere”, diventano un fatto estetico; le moto Ducati introducono la distribuzione desmodromica, che mette in relazione l’aumento della velocità con l’aumento della tenuta di strada.

Si tratta di trasformazioni che permettono di incontrare meglio i desideri dei consumatori ma che è difficile misurare perché spesso avvengono come piccoli ritocchi durante il processo di produzione. Quindi la ricerca che le sostiene avviene “sul campo“, non è registrata in speciali voci di bilancio, sfugge.

Nell’ambito dell’Innovation Forum 2008 di Milano (12-15 marzo) è stato però presentato un rapporto Idc basato sull’indice ISIR – indice del sistema dell’innovazione delle regioni italiane – che non prende in esame solo dati quantitativi, bensì un’insieme di componenti: quadro macroeconomico, input e output dell’innovazione, tecnologie dell’informazione.

Secondo lo studio, in Europa ci sono circa 300mila PMI innovative. Tra quelle italiane, le esportazioni di prodotti high-tech rappresentano ormai il 50% del totale e la quota è in crescita.
Tuttavia, solo cinque regioni italiane producono innovazione: Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Friuli-Venezia Giulia e Lazio. Di queste, solo Piemonte ed Emilia Romagna hanno migliorato il proprio indice tra 2000 e 2006.
Eccola la realtà italiana: un Paese sostanzialmente arretrato con picchi assolutamente originali di eccellenza.

Cosa serve dunque per fare veramente innovazione in Italia? Serve un “ecosistema“, “un contesto aperto in cui si possano sviluppare idee senza pensare subito al ritorno economico”. E’ questa l’idea di Alberto D’Ottavi – animatore di Infoservi e collaboratore del Sole 24Ore – intervistato all’Innovation Forum di Milano insieme ad altri esperti dell’argomento: Amil Abirascid e David Oban.

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