Chi studia campa cent’anni

Per i laureati meno malattie, galera, fumo, incidenti e costi sociali. Ma l'Italia non promette bene


Chi ha minore istruzione non solo guadagna meno, ma è anche più incline a commettere crimini, a fumare e la sua aspettativa di vita si riduce. Tutto ciò, corrisponde a un costo per la collettività di 500 milioni di euro.

Sono questi i cosiddetti “effetti collaterali” dell’istruzione (o della mancanza di essa), che la rivista “Valori” enfatizza in un articolo dell’ultimo numero.
Uno studio dell’italiano Enrico Moretti e del canadese Lance Lochner ha per esempio dimostrato che un aumento di un punto percentuale dei diplomati riduce il numero di reati contro la persona dello 0,8% e contro il patrimonio dello 0,6%. La spiegazione è semplice: “Più uno studia, più aumenta il proprio reddito, minore è la convenienza a delinquere perché maggiore è il mancato guadagno mentre si è in carcere”.

D’altra parte, secondo una ricerca Bankitalia, i laureati hanno un’aspettativa di vita maggiore rispetto al resto della popolazione perché adottano stili di vita più sani.
Tra chi ha solo la licenza elementare i fumatori sono il 55%, si scende al 44% tra chi ha la licenza media, al 32% tra i diplomati e al 25% tra i laureati.

Altro dato curioso: gli incidenti domestici colpiscono 1 cittadino su 4 tra chi ha la licenza elementare e solo 1 su 10 tra i laureati. C’entrerà forse il fatto che il lavoro domestico è collegato a un più basso titolo di studio?

In soldoni, si calcola che ogni diplomato in più corrisponde a un risparmio per la collettività di 2.100 dollari. Alcuni ricercatori si sono presi la briga di calcolare quanto migliori standard educativi potrebbero fare risparmiare al nostro Paese, ipotizzando la cifra di 500 milioni di euro, pari allo 0,3% delle entrate per imposte dirette o al 36% della spesa nazionale per la formazione professionale.

Appunto, il caso italiano: se un Paese incolto è più esposto ai costi sociali, come è messa l’Italia? Dall’ultimo rapporto Ocse sull’istruzione risulta che in tutti i Paesi industrializzati aumentano gli studenti universitari. Circa il 56% degli studenti medi dicide di proseguire seguendo corsi universitari nei Paesi Ocse e l’Italia è del tutto in linea con la media.

Tuttavia i risultati cambiano se si considera l’abbandono universitario.
Ben pochi italiani arrivano a discutere la tesi: solo il 45% degli iscritti – a fronte di una media Ocse del 69%.
Lo stato poco incoraggiante dell’università italiana è confermato dagli investimenti dedicati allo studio. Gli altri Paesi industrializzati spendono in media 11.512 dollari per ogni studente universitario mentre l’Italia ne investe solo 8.026, il che si traduce in meno facilitazioni, sussidi, borse e contributi allo studio. L’onere è lasciato alle famiglie.

Ne consegue che oggi solo il 19% dei 25-34enni italiani possono vantare un diploma di laurea, dato ben distante dal 33% della media Ocse.
Se poi si guarda alla capacità di attrarre studenti stranieri l’Italia occupa un’area relativamente bassa della classifica. Se infatti gli Stati Uniti si confermano il paese che più attrae con il 20% delle preferenze – seguiti da Gran Bretagna, 11,3%, Germania, 8,9%, Francia, 8,5% e Australia, 6,3% – l’Italia si deve accontentare dell’1,7%. Come la Spagna.

In definitiva, c’è il rischio che il Paese di santi, poeti e naviganti si trasformi (se non si è già trasformato) in una terra di ignoranti, delinquenti e fumatori. Tranquilli però, moriremo velocemente.
Sembra una battuta, ma non fa ridere.

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Chi studia campa cent’anni