Licenziare gli “statali” nullafacenti. Ecco come e perché

– La Legge (Dpr 10 gennaio 1957 n. 3), prevede il licenziamento dell’impiegato «(?) che abbia dato prova di incapacità o di persistente insufficiente rendimento». Come mai allora non è mai stato licenziato nessuno?

Oggi il licenziamento disciplinare nel settore pubblico è ostacolato, anche nei casi di più macroscopico difetto colpevole di rendimento, da alcuni circoli viziosi paradossali. Innanzitutto, poiché i casi di questo genere sono molto diffusi e sono stati tollerati per decenni, questa circostanza riduce la colpa imputabile al lavoratore. Secondo i criteri poco rigorosi applicati da qualche giudice del lavoro, neppure la colpa grave può quindi essere sanzionata con il licenziamento; il che finisce col vincolare l’amministrazione a mantenere il comportamento lassista tenuto fin qui. Poi c’è il principio di parità di trattamento, che impedisce di licenziare uno e non gli altri cento che si comportano allo stesso modo; ma da un primo occorre pur sempre incominciare; quel primo è quindi sempre protetto dal principio di parità di trattamento; quindi non si incomincia mai. Poi c’è un circolo vizioso, che è stato oggetto anche di studi specifici.

– Può spiegarcelo in termini comprensibili anche ai non addetti ai lavori?

Più è difficile il licenziamento disciplinare, più grave è lo stigma negativo che ne deriva per il lavoratore; quindi maggiore è la gravità effettiva della sanzione; quindi maggiore è anche la gravità della mancanza per la quale quella sanzione può essere irrogata. Quando si arriva a una situazione   come quella attuale del nostro pubblico impiego, nella quale il licenziamento disciplinare è rarissimo, questo induce il giudice a considerarlo quasi come una pena di morte; quindi come una sanzione irrogabile quasi soltanto per l’omicidio premeditato (anzi, neppure per quello, perché siamo contrari alla condanna a morte anche nel caso del peggiore delinquente).

– Le Ferrovie dello Stato e le Poste Italiane si sono trovate ad affrontare licenziamenti collettivi. Quali criteri sono stati adottati?

Lì sono stati prepensionati i lavoratori a cui mancavano meno di cinque anni alla quiescenza. Ma in questo modo si aggravano gli squilibri del sistema pensionistico e ci si priva dell’apporto di cinquantenni e sessantenni che hanno ancora molto da dare alla propria azienda o all’amministrazione.


 

– Qual è la logica ispiratrice della sua proposta, aprire la strada a dei licenziamenti disciplinari o ridurre l’organico in esubero?

Non vedo alcuna contraddizione nel decidere una riduzione del personale, adottando il criterio di scelta dell’inefficienza totale. Meglio questo che licenziare i cinquantenni, come si è fatto nelle Ferrovie e nelle Poste.

– Ma è giusto attribuire al dipendente le responsabilità di un intero sistema, compromesso da anni di inerzia disciplinare, mancanza di incentivi, bassi salari…?

Il licenziamento del nullafacente non è La Soluzione del problema dell’inefficienza della p.a. Esso però costituisce uno strumento di gestione cui non si può rinunciare del tutto, come si è fatto fin qui.
La cura efficace consiste nell’innervare l’intera amministrazione pubblica di un adeguato sistema di incentivi, a tutti i livelli, dovunque possibile. Ma anche la possibilità che il nullafacente sia licenziato costituisce un incentivo importante, che deve essere introdotto per motivi di equità e di morale pubblica prima ancora che di efficienza. Certo, non si debella il cancro limitandosi a rimuovere le metastasi; ma fa parte della cura efficace anche il rimuoverle.

–  Il trattamento di disoccupazione per i lavoratori licenziati che lei propone comporta dei costi onerosi?

Il costo di mantenere ancora per decenni una amministrazione pubblica inefficiente come è la nostra attuale è talmente alto, che nessun investimento efficace volto a migliorare le cose può essere considerato eccessivo.

– La grande quantità di ricorsi giudiziali che scaturirebbe dai licenziamenti impugnati, però, rischia di insabbiarsi nei meandri della Giustizia.

Un rischio di questo genere c’è; ma può essere ragionevolmente ridotto. Il problema nasce dal favore istituzionale (e umanamente ben comprensibile) dei giudici del lavoro nei confronti del lavoratore licenziato, che li induce a preferire di volta in volta la tesi in materia di criteri di scelta che porta all’annullamento del provvedimento, anche con sentenze tra loro contrastanti.

– Licenziato il nullafacente, come garantire che  il suo successore non accusi gli stessi “vizi”? Sono da ritenersi ancora validi gli attuali criteri di assunzione?

Il giorno in cui i dirigenti risponderanno per davvero dell’efficienza delle strutture cui sono preposti, staranno molto più attenti a scegliere le persone più meritevoli e più adatte. E gli incentivi economici stimoleranno l’efficienza di tutti. Certo, per realizzare questo disegno c’è ancora molta strada da fare. Ma se non si incomincia?

(laura ferrari)


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