Il web mandarino fa ricchi anche noi

Boom di Internet in Cina e i manager stranieri sono merce pregiata


Il dato che fa più impressione è quello delle ore trascorse in Rete: 570 milioni. Si tratta del tempo che ogni giorno gli utenti cinesi passano su Internet, oltre cinque volte in più rispetto ai netizen americani (100milioni).
 
I navigatori del Dragone sono anche diventati più numerosi di quelli Usa: secondo il China Internet Network Information Centre sono arrivati a 253 milioni nel giugno 2008, contro i 223 milioni americani.
E se si pensa che la penetrazione di Internet in Cina è ancora bassa (19,1% contro il 71% negli Usa), si ha immediatamente idea di cosa può diventare in prospettiva il mercato online cinese, specialmente ai tassi attuali di crescita (22%) che fanno prevedere che l’87% dei cinesi sarà connesso entro il 2015.

Ora questo mondo virtuale in geometrica espansione ha bisogno di chi lo riempia e di chi lo gestisca. Se sul piano dei contenuti è inevitabile che i madrelingua siano avvantaggiati nel costruire la “Rete mandarina”, dal punto di vista tecnico la lingua non è un muro invalicabile.
C’è infatti sete di “figure professionali senior che gestiscano reti e infrastrutture, programmino software avanzati per società hi-tech, ma anche per grandi banche e società finanziarie”.

Così c’è già chi ha fatto la valigia verso il Paese in cui – chi si ricorda i bei vecchi tempi della new economy e della “skills shortage”? – gli stipendi crescono del 15% anno su anno.
Le figure più ricercate devono avere anche e soprattutto capacità progettuali e manageriali. Per intenderci, di sistemisti junior o neolaureati di belle speranze ce ne è già a bizzeffe, sfornati a ciclo continuo dalle quotatissime università del Dragone.

Si tratta invece di avere “competenza su grandi progetti“. Un responsabile della gestione delle informazioni aziendali può guadagnare fino a 500mila dollari l’anno, chi gestisce servizi IT per il settore finanziario può arrivare a 230mila, un programmatore di alto livello per applicazioni bancarie ne porta a casa 153mila.

Insomma, con il capitale umano altamente qualificato, la Cina sembra chiudere il cerchio dell’importazione tecnologica dall’Occidente. La prima modernizzazione del Dragone, a fine ‘800, puntava soprattutto a colmare il divario militare, reso manifesto dalle ripetute sconfitte contro le potenze colonialiste: così si importarono armi e organizzazione. Poi, a inizio ‘900 fu il momento di cultura e ideologie: la letteratura occidentale, nazionalismo e marxismo come strumenti di modernizzazione.

Dopo decenni di chiusura, le nuove aperture di Deng Xiaoping – siamo nel 1978 – diedero il via al ciclo virtuoso in cui l’importazione di capitali+tecnologie ha trasformato la struttura economica del Paese. Oggi si importano direttamente i cervelli e cominciano anche a esserci i soldi (parecchi) per pagarli.

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