Il governo sconfessa il Jobs act. Ora si punta sulla produttività

A Palazzo Chigi prendono atto del fallimento degli incentivi

Al di là delle dichiarazioni di facciata, il governo ha preso atto del sostanziale fallimento delle politiche sul lavoro legate agli incentivi previsti nel Jobs act. Gli occupati calano al calare degli incentivi stessi, i dati istat di luglio certificano un arretramento inatteso, e a palazzo Chigi si prende in considerazione l’idea di cambiare radicalmente direzione. A parlarne diffusamente un approfondimento de La Repubblica, giornale certo non preventivamente avverso all’esecutivo.

Il fatto che la decontribuzione non funzioni più è nei numeri: gli occupati a tempo indeterminato crescono di un misero 0,3% da maggio a luglio (su febbraio-aprile) per poi arretrare nuovamente, quelli a termine crescono dieci volte tanto (+3,1%). I lavoratori autonomi scendono (-68 mila in un mese). Boom inarrestabile dei voucher, totem della precarietà. Le imprese che dovevano stabilizzare i precari lo hanno già fatto sfruttando il bonus. L’intera operazione legata agli incentivi peserà sulle casse pubbliche per circa 17 miliardi nell’arco di sette anni complessivi. “Che senso ha dare altro metadone di fronte agli ultimi dati sull’occupazione?”, è l’indiscrezione ripresa da Repubblica tra Palazzo Chigi e ministero dell’Economia.

Dunque il governo sembra voler cambiare completamente direzione puntando su una carta differente: quella della produttività. Si tratterebbe di una strategia divisa in due fasi: prima agendo sulla leva fiscale, ampliando la detassazione sui premi aziendali di risultato (probabilmente nella legge di bilancio del prossimo ottobre). Poi agendo sulla riforma della contrattazioner, parti sociali permettendo. Un intervento previsto al massimo per gennaio, terminata in Parlamento la sessione di bilancio. Senza però toccare né il contratto nazionale né quello territoriale. Ma operando solo a livello aziendale, laddove le risorse pubbliche sarebbero quasi un miliardo l’anno.

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