Pietro Ichino: tutti a tempo indeterminato. Ma contratti flessibili

Secondo il giuslavorista è possibile conciliare la flessibilità per le imprese con la sicurezza dei lavoratori. In un'intervista esclusiva ci spiega come



Dalla Rilevazione sulle Forze di lavoro dell’Istat giungono buone notizie: cala il tasso di disoccupazione (6,4% nel I trimestre 2007, tre anni fa, nello stesso periodo era dell’8,7%) e viene registrata una crescita dell’occupazione complessiva, riconducibile, tuttavia, per il 46% a forme di contratto a termine.
Il precariato abbatte la disoccupazione, ma a che prezzo?
E’ possibile tutelare maggiormente i quasi 4 milioni di precari (tra collaboratori, partite Iva, dipendenti a termine – occupati e non più occupati) presenti in Italia, senza gravare sulle imprese?
Ne abbiamo parlato con il prof. Pietro Ichino, che avanza una proposta concreta e affranca la legge Biagi dall’accusa di aver creato gli “schiavi moderni“.

– Più flessibilità = più precariato. I due termini vengono assimilati in un unico quadro. Un’identificazione lecita?

Rispondo con un’altra domanda: se tutti i lavoratori fossero assunti con un unico tipo di contratto di lavoro a tempo indeterminato e, in caso di licenziamento per motivi economici, avessero diritto a un cospicuo indennizzo proporzionato all’anzianità, più un cospicuo trattamento di disoccupazione, servizi di riqualificazione professionale e assistenza intensiva nella ricerca della nuova occupazione, li considereremmo come precari? Io direi di no: sarebbe un buon modo di conciliare la flessibilità per le imprese con la sicurezza dei lavoratori, che è un bene prezioso.

– Chi pagherebbe il costo dell'”ammortizzatore sociale”, cioè del trattamento di disoccupazione?

Il costo dell’assicurazione dovrebbe essere posto interamente a carico delle imprese, con un meccanismo bonus-malus, in modo che l’impresa che licenzia di più per motivi economici od organizzativi sopporti un costo crescente, oltre che per gli indennizzi pagati direttamente ai lavoratori, anche per il contributo assicurativo.

– Lei sostiene che la legge Biagi non ha favorito il precariato, ma, anzi, che negli anni successivi alla sua entrata in vigore il tasso di lavoro precario sul totale ha smesso di aumentare come prima. A cosa è imputabile, dunque, l’attuale difficoltà vissuta da molti giovani a ottenere una contratto a tempo indeterminato?

La quota di lavoro precario rispetto al totale dell’occupazione ha incominciato a crescere in Italia dalla fine degli anni ’70. La causa del fenomeno non va cercata né nella legge Biagi e nemmeno nella legge Treu del 1997. Io vedo essenzialmente due cause: l’eccesso di rigidità della protezione garantita dall’ordinamento ai dipendenti pubblici di ruolo e ai lavoratori regolari delle imprese medie e grandi; e l’allargarsi della forbice della disuguaglianza di produttività tra i più forti e i più deboli.

– Qual è lo strumento più efficace per combattere il lavoro precario?

Sul piano legislativo proporrei una grande redistribuzione delle protezioni: quel contratto di lavoro, di cui ho detto all’inizio: a tempo indeterminato per tutti, ma più flessibile. Poi, un sistema di protezione efficace del lavoratore nel mercato del lavoro, capace di dare a chi si rivela più debole e in difficoltà un sovrappiù di servizi di informazione, formazione professionale e assistenza alla mobilità.

– Molte aziende utilizzano impropriamente alcune figure contrattuali. Mi riferisco, per esempio, ai lavoratori a progetto, assimilabili, di fatto, a veri e propri dipendenti. L’attuazione della legge sarebbe un intervento sufficiente a contenere le cifre del precariato?

Certo, come ha dimostrato la circolare n. 17/2006 del ministro Damiano sul lavoro nei call center, una applicazione più rigorosa proprio delle norme della legge Biagi consentirebbe di eliminare gran parte delle false collaborazioni autonome. Ma quando la violazione della legge è diffusa e radicata come lo è in Italia, non basta invocare giudici e ispettori.

– Quali interventi suggerisce per migliorare la legge 30?

La prima parte della legge, sui servizi per l’impiego, va bene così com’è. Per la disciplina dei rapporti di lavoro io proporrei a sindacati e imprenditori l’operazione di redistribuzione delle tutele di cui ho parlato sopra: tutti a tempo indeterminato, con una protezione economica forte per il caso di licenziamento per motivi economici od organizzativi. Ma l’articolo 18 si applica solo per il licenziamento disciplinare e contro i casi di licenziamento discriminatorio, non nei casi di licenziamento per motivi economici.

– Rifondazione Comunista e la sinistra cosiddetta radicale vorrebbe abrogare la legge Biagi e far subentrare al suo posto nuove norme che considerino “subordinato” ogni rapporto svolto in condizione di dipendenza socio-economica. Come reagirebbe il mercato del lavoro di fronte a un simile quadro normativo?

Nel mio libro “Il lavoro e il mercato”, del 1996, ho proposto io per primo questa riforma per combattere il dualismo del nostro mercato del lavoro; ma con l’idea del contratto unico reso molto più flessibile per tutti. Compiere questa operazione mantenendo inalterata la protezione rigida provocherebbe probabilmente un’esplosione del lavoro nero.

– Sarkozy, per favorire le assunzioni (e, se necessario, i licenziamenti), prevede l’eliminazione dei contratti di collaborazione. Una ricetta valida?

È un’idea molto simile a quella di cui ho parlato sopra. Se la Francia imbocca questa strada, sarà un esperimento molto interessante.

– Secondo alcune indagini – mi riferisco a quella Eurispes – gli stipendi italiani sono tra i più bassi d’Europa. E se fosse questo il vero problema del mondo del lavoro?

Il livello delle retribuzioni è direttamente proporzionale alla produttività del lavoro, inversamente proporzionale al contenuto assicurativo del rapporto. Per aumentare la produttività del lavoro occorre aprirsi di più all’innovazione: del prodotto e del processo produttivo. Ma credo che in Italia ci sia spazio anche per un aumento delle retribuzioni attraverso una marginale riduzione degli sprechi prodotti da certi eccessi di protezione.

– Spieghi meglio.

Voglio dire che eliminare quegli sprechi consentirebbe ai lavoratori italiani di risparmiare su di un “premio assicurativo” implicito, invisibile in busta paga ma ben misurabile, che oggi essi pagano in misura superiore rispetto ai loro colleghi europei.

Laura Ferrari

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Pietro Ichino: tutti a tempo indeterminato. Ma contratti flessibili