Great Resignation: ecco come è nata e cosa ci dice sul futuro

(Teleborsa) – “Voglio andare a vivere in campagna… Ma vivo qui città e non mi piace più”. Così cantava Toto Cutugno a inizio anni ’90, un desiderio primordiale che torna a farsi sentire oggi nel periodo post pandemia, ma con una casa sempre più tecnologica, fra una lezione di yoga ed il pane fatto in casa. Un luogo, uno spazio, un tempo in cui il lavoro non entra più a meno che non sia smart.

E’ stata battezzata “Great Resignation” o “Big quit”. E’ fenomeno nato negli Stati Uniti, durante la pandemia, che pare essersi consolidato, ed è sfociato anche in Europa, seppure in scala minore. L’Italia non è rimasta fuori.

Il fenomeno – spiega Mattia Granata, Presidente Centro Studi Legacoop – consiste in un aumento delle dimissioni volontarie da parte di lavoratrici e lavoratori che non necessariamente passano direttamente ad un altro impiego e quindi, sostanzialmente, danno l’impressione di aver deciso per un cambiamento di vita radicale, a partire dal proprio lavoro”.

Abbandonare il certo per l’incerto

Ma quanto ha fatto presa questo fenomeno in Italia? La Great Resignation motiva circa 1,3 milioni di richieste di dimissione da persone che rinunciano ad un posto lavoro più i meno stabile e scelgono un sentiero incerto e pieno di incognite.

La fotografia è quella di un mercato del lavoro sottoposto a una certa vitalità, pur con i soliti chiari e scuri. Dopo il crollo delle attivazioni di nuovi rapporti di lavoro registrato fra il 2019 ed il 2020 (-23,7%), il mercato del lavoro è ripartito. In questo scenario dinamico si nota però una crescita delle dimissioni dei lavoratori dipendenti, che nei primi nove mesi del 2021 aumentano del 31,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, passando da 1 milione ad oltre 1 milione e 300 mila.

“Ovviamente questa è la base di un fenomeno del tutto nuovo, su cui difficilmente si possono fare, in questa fase, analisi di tipo qualitativo. – precisa Granata – Va detto, peraltro, che il recupero dell’occupazione si è basato per il 60% su impieghi precari, che anche il lavoro autonomo è diminuito, e che donne e giovani, in precedenza più colpiti dalla crisi, sono rimasti molto meno coinvolti nella ripresa”.

Stress da pandemia

E’ utile chiedersi da cosa è scaturita questa tendenza e quali sono i fattori che hanno alimentato l’esplosione delle dimissioni volontarie.
“Il fenomeno è ancora tutto da studiare”, ammette il Presidente dell’Ufficio studi Legacoop.

“Le ipotesi su cui ci si sta muovendo, e che per la verità stiamo tutti sperimentando anche su noi stessi, è che la pandemia è durata un tempo lungo, due anni, sufficiente a mettere in discussione la propria normalità. Inoltre, ha messo fortemente sotto stress le persone, le relazioni umane e sociali, le famiglie, e ovviamente il lavoro, un elemento cruciale dei tempi, dei luoghi e delle condizioni della vita”.

“Tutti questi aspetti sembrano entrati sotto esame inevitabilmente sono stati posti in discussione; si può supporre che questo incremento delle dimissioni rientri in tale sfera: sia una conseguenza sociale della pandemia”.

L’arte del saper accontentarsi o…

Per l’Italia fra le spiegazioni che hanno dato impulso al fenomeno delle “dimissioni di massa” potrebbe esserci anche l’arrivo del Reddito di cittadinanza. “Questa potrebbe essere una delle interpretazioni, quella per così dire al ribasso – ammette Granata – ossia che le persone abbiano preferito il ricorso al RdC a lavori magari poco retribuiti o insoddisfacenti. Del resto la combinazione tra bassi salari e aumento dei prezzi potrebbe spingere in questa direzione”.

“D’altra parte, sull’altro versante, si potrebbe pensare che la rapida ripresa economica abbia spinto le persone a lasciare con fiducia il lavoro per ricollocarsi anche non direttamente, in settori che in questo momento stanno drenando forze lavoro e, anzi, non ne stanno trovando a sufficienza per il noto fenomeno di mismatch tra domande e offerta.

E adesso si cambia!

Sul desiderio di abbandonare il posto di lavoro potrebbero aver pesato fattori di carattere economico o relativi alla qualità di vita, ma secondo il Presidente dell’Ufficio studi Legacoop, “in entrambi i casi il punto di partenza dell’analisi è lo stesso, ossia che la pandemia ha cambiato le vite di tutti e probabilmente non solo il modo di vivere ma anche le priorità, le speranze, gli obiettivi e i comportamenti economici e sociali”.

Negli Stati Uniti, in cui il fenomeno si è mostrato prima e su grande scala, sembra che il motivo prevalente delle dimissioni non sia la retribuzione. “Un po’ ovunque, in questo periodo, stanno emergendo altri aspetti – spiega Graata – la qualità del lavoro e della vita, il bisogno di soddisfazione, di autorealizzazione, di crescita sociale e personale, di una maggiore ‘libertà’. Lo sforzo e la preoccupazione dei mesi passati, il lavoro da remoto, la dad, hanno spinto le persone a cercare un nuovo ‘senso’ a ciò che fanno e alla propria vita”.

Da una recente ricerca AreaStudi Legacoop-IPSOS emerge che sempre di più al proprio lavoro, oltre ovviamente al reddito, si chiede stabilità personale, crescita, realizzazione. I momenti di crisi sono proprio quelli in cui ci si fa delle domande sulla propria felicità, forse è ciò che sta avvenendo.

Il futuro ha mille sfaccettature

Guardare al futuro significa aver messo a nudo i difetti del nostro mercato del lavoro e le sue distorsioni per correggerle. Un quarto dlele cooperative aderenti a Legacoop ad esempio lamenta una “scarsità di manodopera”, ma questa percentuale si avvicina alla metà in regioni come l’Emilia Romagna o in settori come i servizi sociali, le costruzioni e la logistica. “E’ ovviamente il colmo in un paese che soffre dei nostri tassi di disoccupazione”, commenta Granata.

Secondo gli esperti occorre oggi un approccio più complessivo, “olistico”: salario minimo, istruzione e formazione, politiche attive del lavoro, innalzamento dei livelli salariali, servizi alle persone e welfare universalistici. “Se vogliamo coinvolgere tutte le forze e i talenti di cui questo paese dispone – sottolinea l’esperto – è evidente che occorre agire su tutte le condizioni che finora hanno lavorato al contrario, per escludere anziché includere. Ora il PNRR può e deve essere anche lo strumento per risolvere molte distorsioni strutturali di lungo periodo”.