Meno Pil per tutti – Genuine Progress Indicator, l’indice che calcola il benessere effettivo

Genuine Progress Indicator, l'indice che calcola il benessere effettivo


Un’area più grande dell’Italia che si stava desertificando al ritmo di 13.000 ettari all’anno. Questo era il destino apparentemente segnato della riserva naturale di Sanjiangyuan, nella Cina occidentale, alla fine degli anni Novanta. 318mila km quadrati nel Qinghai – la regione sull’altopiano del Tibet dove nascono Yangtze e Mekong – che si stavano trasformando in una plagia desolata.

Poi qualcosa è cambiato. Tratti di palude sono ricomparsi, i laghi sono tornati a riempirsi.
I problemi restano enormi, ma il tasso di desertificazione è sceso a “soli” 2000 ettari annui e ora si guarda al futuro con più ottimismo.
Cosa è successo? Semplicemente, le autorità del Qinghai hanno smesso di ragionare in termini di Prodotto Interno Lordo (Pil) e hanno adottato altri parametri più rispettosi dell’equilibrio ambientale. Hanno così capito che la crescita a due cifre dell’economia nazionale non significava necessariamente più benessere. E hanno adottato misure conseguenti.

Il fatto è che il Pil appare oggi inadatto a misurare la ricchezza in una società globale sempre più complessa.
Arriva a calcolare come “valore” anche alcuni costi sociali e ambientali. E, al contrario, non considera le attività non profit. Di fatto, si occupa solo delle transazioni di mercato, descrive semplicemente il volume dell’economia di un Paese senza soffermarsi sui come, sui perché e, soprattutto, sulle conseguenze.

Se la mia azienda inquina un lago, il Pil non sottrae i costi ambientali al volume dei miei profitti e anzi aggiungerà alla ricchezza nazionale i guadagni della compagnia chiamata a bonificare il disastro. Di converso, attività non retribuite come il volontariato o il lavoro domestico non compaiono nel Pil, anche se arricchiscono la società nel suo complesso.

I leader cinesi hanno utilizzato un indice denominato Green Gross Domestic Product (“Pil verde“), che sottrae alla ricchezza complessiva i costi ambientali – con risultati non omogenei – ma esiste un altro Pil “alternativo”, attento anche all’aspetto sociale, che è stato elaborato nel corso degli anni.

I primi a porsi il problema furono due economisti di Yale, Bill Nordhaus e James Tobin, che in uno studio del 1973, intitolato “La crescita è obsoleta?“, svilupparono la cosiddetta Measure of Economic Welfare (Mew), che si otteneva sottraendo al Pil diverse voci, tra cui la svalutazione del capitale naturale.

Nella loro scia si mossero Herman Daly, John e Cliff Cobb che nel 1989 elaborarono l’Index of Sustainable Economic Welfare (Isew) che, tra i vari parametri, inseriva anche la distribuzione del reddito.

L’evoluzione dell’Isew è stata il Genuine Progress Indicator (Gpi), elaborato nel 1994 da Cliff Cobb e dall’associazione “Redefining Progress” (Ridefinire il progresso).
E’ un parametro più vicino alla percezione della gente, perché si propone di calcolare quanto la crescita della produzione e dei servizi di un dato territorio contribuisca anche alla crescita del benessere (welfare) complessivo.
Esce insomma dall’ambito puramente quantitativo, per dotarsi di criteri qualitativi. A differenza del Pil, che calcola senza distinzioni qualsiasi transazione di denaro, il Gpi mette un segno più anche a quei prodotti e servizi che non generano scambio monetario. D’altra parte, sottrae le attività che, pur implicando circolazione monetaria e profitti, non incentivano il benessere.
Tiene inoltre in estremo conto la distribuzione del reddito: a parità di ricchezza complessiva, se una parte maggiore va ai meno abbienti, il Gpi sale, se invece finisce nelle tasche dei più ricchi, scende.

Il Genuine Progress Indicator mette segno positivo ai lavori domestici, la cura dei figli, il volontariato, assegnando a queste attività un valore corrispondente al costo che avrebbero se si pagasse qualcuno per farle.
D’altra parte, tutti i costi legati al crimine vengono sottratti: spese legali, mediche, danni a immobili, etc. Si noti che si tratta di servizi che vengono conteggiati positivamente nel Pil. Idem per quanto riguarda il consumo di materie prime e risorse territoriali.

Mentre il Pil considera in negativo la produzione di inquinamento ma in positivo le attività per bonificarlo, il Gpi sottrae entrambe le voci alla ricchezza nazionale. Assegna inoltre uno speciale costo aggiuntivo alle attività che producono emissioni di Co2.

Come perdita di valore calcola anche la diminuizione di tempo libero pro capite dovuta all’aumento della competizione globale. Se hai meno tempo per te stesso, il Gpi scende. E se il Pil mette un bel più alle spese “difensive” (assicurazioni, incidenti di vario genere, spese mediche), il Gpi sposa in toto il senso comune e le tratta per quello che sono: costi.

Il Pil mette in un medesimo calderone il valore delle infrastrutture e le spese per costruirle. Il Gpi distingue tra costi e benefici. Più un’autostrada dura negli anni e più sale di valore, sempre al netto delle spese per costruirla e per gestirla.
E se una nazione ha un livello di consumi tale da renderla debitrice netta rispetto a qualche Paese straniero, questo flusso di investimenti è considerato una riduzione della ricchezza nazionale. Ogni riferimento al rapporto Usa-Cina è assolutamente voluto.

Muovendo da questi parametri, il Gpi ci dice già qualcosa di fondamentale: la ricchezza del mondo, che il Pil descrive in crescita costante dal dopoguerra in poi, è invece rimasta sostanzialmente stagnante dagli anni Settanta.


Gabriele Battaglia

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