Contratti a tempo più flessibili

Il job on call (lavoro a chiamata) è una particolare tipologia contrattuale (considerato dal mondo sindacale una delle forme più estreme di flessibilità) per cui il prestatore d’opera è permanentemente a disposizione dell’azienda, che lo chiama “in servizio” in base a esigenze produttive improvvise e non prevedibili relative a particolari necessità di ordine tecnico, così come definite nei contratti o nelle leggi. Il preavviso di chiamata può variare da alcuni giorni a poche ore. Il lavoratore percepisce comunque sempre una “indennità di disponibilità” a cui si sommerà il pagamento della prestazione realmente svolta.  Diffuso negli Usa, in particolare nel settore del terziario e della stessa pubblica amministrazione servizi ex-pubblici ora privatizzati), era stata una delle norme abolite dal precedente governo.
A contribuire alle nuove povertà spesso c’è anche il lavoro precario. Nel 2006, ricorda il Rapporto per i diritti globali del 2008, le assunzioni a tempo determinato hanno superato per la prima volta quelle a tempo indeterminato.
 
Sommando tutti i lavoratori impegnati con contratti precari, o se si vuole flessibili, si arriva, secondo il centro studi Ires, a una cifra compresa tra 3.200.000 e 3.900.000 persone, poco meno quelle che lavorano nel sommerso. Una stima puntuale è fornita dal Consiglio Nazionale per l’Economia e il Lavoro. “La flessibilità è corrosiva nei confronti del lavoratore – osservano i curatori del rapporto – perché gli istilla ansie, paure e insicurezza, ma lo è anche nei confronti del lavoro, che finisce per perdere qualità”.
 
Anche perché la flessibilità italiana è lontana parente della flexsecutiry del modello scandinavo: “Il famoso modello danese si basa, infatti, su una serie di variabili necessarie, oltre la semplice formula: investimenti ingenti di risorse pubbliche, ammortizzatori sociali molto estesi, di tipo universalistico, un sistema efficiente di formazione permanente, un uso del lavoro flessibile non universalistico, un sistema efficiente di formazione permanente, un uso del lavoro flessibile non ?al risparmio’ ma mirato a obiettivi di sviluppo”.
 
Importante per i nuovi standard contrattuali sarà il tasso di conversione di occupazioni precarie verso lavori stabili, che è sempre più basso e il momento della trasformazione del contratto sempre più posticipato nel tempo. Elementi di sofferenza patologica per la “generazione mille euro”, dei bamboccioni, insomma di quelli che si spezzano ma non s’impiegano. 

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