Contratti a tempo più flessibili

Arrivano i correttivi Sacconi. Reintrodotto il lavoro a chiamata e le prestazioni con voucher. Per le aziende più possibilità di assumere ma soprattutto di licenziare



La manovra d’estate licenziata ieri dal Consiglio dei Ministri contiene importanti novità in materia di lavoro. Ovvero: strumenti più flessibili per le imprese e ripristino di alcune misure cancellate dal governo Prodi.
In arrivo una mini-riforma per i lavoratori atipici e temporanei. Il contratto a termine, croce e delizia per giovani e imprese, potrà essere rinnovato ben oltre i 36 mesi attualmente previsti allo stato attuale. Saranno superati alcuni vincoli sull’apprendistato, nel senso che le parti potranno accordarsi per fare la formazione senza passare per le Regioni. Più semplice il ricorso dell’apprendistato di alta formazione per raccordare mondo del lavoro e Università.Vengono reintrodotte alcune tipologie contrattuali del lavoro occasionale, come i voucher per pagare il giardiniere o la babysitter, o altri lavoratori domestici che si acquisteranno direttamente nelle agenzie di lavoro interinale. Modifiche certamente non strutturali, tutte improntate verso un incremento della flessibilità, così come è declinata dalla Legge Biagi. In soldoni l’intenzione del Governo, dietro l’iniziativa del ministro del Welfare, è di ristrutturare alcuni provvedimenti presi dal precedente esecutivo per mitigare l’impatto della disoccupazione.
Cadono inoltre alcuni vincoli sull’orario di lavoro, in particolare quello notturno (si dovranno fare almeno 3 ore di notte per rientrare in questa categoria), e vengono riviste le sanzioni nei confronti delle aziende. Il tutto all’insegna della deregolazione dellagestione dei rapporti di lavoro. Previta l’abolizione dei libi matricola e dei libripaga, sostituiti da un libro unico del lavoro. Abrogato  anchel’obbligo delle dimissioni volontarie, sul modulo del ministero del Lavoro. Abrogazione degli indici di congruità della manodopera reputata necessaria per ciascun prodotto o servizio.  
Secondo stime non confermate da dati ufficiali – i rilievi sono estrapolati da un’indagine Isfol Plus 2006 – sotto la voce lavoro intermittente sono stati occupati 158 mila giovani (lo 0,7 per cento dei contratti accesi complessivamente) a tre anni dall’applicazione della Legge Biagi. Sarebbero poco più del doppio i lavoratori con collaborazioni occasionali (1,6 per cento i contratti somministrati). Il job on call (lavoro a chiamata) è una particolare tipologia contrattuale (considerato dal mondo sindacale una delle forme più estreme di flessibilità) per cui il prestatore d’opera è permanentemente a disposizione dell’azienda, che lo chiama “in servizio” in base a esigenze produttive improvvise e non prevedibili relative a particolari necessità di ordine tecnico, così come definite nei contratti o nelle leggi. Il preavviso di chiamata può variare da alcuni giorni a poche ore. Il lavoratore percepisce comunque sempre una “indennità di disponibilità” a cui si sommerà il pagamento della prestazione realmente svolta.  Diffuso negli Usa, in particolare nel settore del terziario e della stessa pubblica amministrazione servizi ex-pubblici ora privatizzati), era stata una delle norme abolite dal precedente governo.
A contribuire alle nuove povertà spesso c’è anche il lavoro precario. Nel 2006, ricorda il Rapporto per i diritti globali del 2008, le assunzioni a tempo determinato hanno superato per la prima volta quelle a tempo indeterminato.
 
Sommando tutti i lavoratori impegnati con contratti precari, o se si vuole flessibili, si arriva, secondo il centro studi Ires, a una cifra compresa tra 3.200.000 e 3.900.000 persone, poco meno quelle che lavorano nel sommerso. Una stima puntuale è fornita dal Consiglio Nazionale per l’Economia e il Lavoro. “La flessibilità è corrosiva nei confronti del lavoratore – osservano i curatori del rapporto – perché gli istilla ansie, paure e insicurezza, ma lo è anche nei confronti del lavoro, che finisce per perdere qualità”.
 
Anche perché la flessibilità italiana è lontana parente della flexsecutiry del modello scandinavo: “Il famoso modello danese si basa, infatti, su una serie di variabili necessarie, oltre la semplice formula: investimenti ingenti di risorse pubbliche, ammortizzatori sociali molto estesi, di tipo universalistico, un sistema efficiente di formazione permanente, un uso del lavoro flessibile non universalistico, un sistema efficiente di formazione permanente, un uso del lavoro flessibile non ?al risparmio’ ma mirato a obiettivi di sviluppo”.
 
Importante per i nuovi standard contrattuali sarà il tasso di conversione di occupazioni precarie verso lavori stabili, che è sempre più basso e il momento della trasformazione del contratto sempre più posticipato nel tempo. Elementi di sofferenza patologica per la “generazione mille euro”, dei bamboccioni, insomma di quelli che si spezzano ma non s’impiegano. 

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