Festa della donna, la parità di genere è ancora lontana nei CdA delle quotate

Con il ritmo attuale ci vorranno oltre dieci anni, almeno fino al 2032, per raggiungere la parità di genere all’interno dei consigli di amministrazione

Con il ritmo attuale ci vorranno oltre dieci anni, almeno fino al 2032, per raggiungere la parità di genere all’interno dei consigli di amministrazione delle 3 mila più grandi società quotate degli Stati Uniti, uno dei Paesi più avanti a livello globale nel rispetto dell’inclusività e nella lotta al gender gap. I dati provengono da un nuovo studio condotto della società di ricerca Equilar e pubblicato in occasione della Giornata internazionale dei diritti della donna.

Al quarto trimestre 2020, solo il 23,5% di tutti i posti nei board del Russell 3000, l’indice di Wall Street che segue le prestazioni delle 3.000 più grandi società quotate statunitensi, sono detenuti da donne. Il numero è comunque in crescita: nel quarto trimestre 2019 erano il 21,5%, nel 2018 il 18,5% nel 2016 il 15%. Ma mentre la percentuale continua a salire, il 6% delle società oggetto della ricerca non ha affatto donne nei CdA e solo l’8% ne hanno almeno il 40%. Sono solo 71 le aziende con consigli di amministrazione costituiti per metà da donne, pari al 2,4% del totale.

Non ci sono abbastanza studi, siccome questi dati si raccolgono da pochi anni, per stimare l’impatto di una maggiore presenza di donne nei board sulla performance di una società, anche se sono state portate avanti ricerche locali o basate su indici finanziari. Morningstar, specializzata sulla ricerca indipendente sugli investimenti, si è chiesta se “le imprese impegnate nella gender diversity sono dei buoni investimenti”.

Per far ciò ha confrontato l’indice Morningstar Developed Markets Gender Diversity, composto dalle aziende con miglior punteggio sull’equità di genere, al paniere tradizionale negli ultimi cinque anni: ebbene le società più attente al gender gap hanno mostrato un miglior profilo di rischio/rendimento.

In Italia è la Consob ad aver condotto uno studio su dati compresi tra il 2008 e il 2016: la presenza femminile fa salire la percentuale di laureati nei consigli di amministrazione e allo stesso tempo riduce l’età media e aumenta la diversificazione in termini di background professionale.

I dati più aggiornati sulla presenza di donne nei board delle società di Piazza Affari sono quelli del primo Rapporto Cerved-Fondazione Marisa Bellisario 2020 sulle donne ai vertici delle imprese, realizzato in collaborazione con l’Inps: da 170 nel 2008, il 5,9%, si è passati alle 811 di un anno fa, il 36,3%, mentre nei collegi sindacali si è passati dal 13,4% del 2012 al 41,6%, con 475 sindaci donne. Sono però meno del 10% le società che hanno una donna come amministratrice delegata o presidente.

Dove non arrivano le leggi, in Italia la legge Golfo-Mosca del 2011 e suoi successivi aggiornamenti impongono il 40% di poltrone per il genere meno rappresentato nei CdA, ci pensano le grandi istutuzioni finanziarie. Poche settimane fa il Fondo sovrano norvegese, il più grande al mondo, ha dato disposizioni che le aziende in cui investe aumentino la presenza femminile a livello apicale e anche a livello dei quadri, fino ad arrivare ad un 30% dei loro direttori interni.

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