La fabbrica dei veleni

Infatti alla sentenza definitiva non ha fatto seguito l’applicazione della condanna, proprio per via dell’avvenuta prescrizione. Alla gente comune può sembrare strano che una condanna per omicidio colposo passi in prescrizione. Vuole spiegarci?

La prescrizione comincia a decorrere dal giorno del decesso e quella per omicidio colposo ha tempi abbastanza lunghi. Ma siamo arrivati a delle condanne solo perché l’ultimo caso di operaio morto è del 2000. Tutti gli altri risalivano ad anni precedenti e quindi, tra questo dato e la concessione di attenuanti generiche – gli imputati erano incensurati – siamo giunti facilmente alla prescrizione. I primi morti nella zona di Marghera risalgono alla fine degli anni Sessanta, trent’anni prima.
Il problema è che i processi dovevano cominciare prima, polizia giudiziaria e magistratura dovevano rendersi conto della gravità del fenomeno e adeguare le proprie strutture per lavorare su una materia così difficile. Ma nessuno ha la preparazione istituzionale adeguata.
Io mi sono trovato di sabato e domenica a studiare, con i nostri esperti, genetica molecolare, chimica, ingegneria, proprio per capire i meccanismi del sistema industriale: da dove partivano i veleni e dove arrivavano. Quindi è molto difficile che un processo di questo genere, che tra l’altro coinvolge decine e decine di parti offese, possa risolversi in tempi brevi, prima della prescrizione.

Adesso c’è una maggiore consapevolezza?

Sicuramente sì, almeno per quanto riguarda la nostra zona. Nel senso che dall’inizio delle indagini – nel marzo del 1994 – quando Gabriele Bortolozzo mi portò l’ormai famoso esposto, nella popolazione di Venezia e Mestre è aumentata la consapevolezza, si è cominciato a fare delle verifiche.
Ma ricordo che durante il processo vennero un’ispettore del lavoro e quelli della asl ad ammettere candidamente che loro, in trent’anni, avevano messo piede in fabbrica sì e no una volta. Questa è la cosa allucinante.
Adesso c’è una maggiore attenzione, grazie a questo processo e anche – purtroppo – a seguito di altre fughe tossiche nocive nella zona di Marghera, che hanno dato luogo ad altri processi con delle condanne nei confronti di Enichem ed altre società.

In questa vicenda, il ruolo dei medici di fabbrica è stato controverso. Secondo lei non dipende anche un po’ dal loro ruolo “a metà” tra azienda e lavoratori?

Direi che è un ruolo che pende più dalla parte delle aziende. I medici di fabbrica sono assunti dall’impresa e ritengono di dover rispondere a lei, più che tutelare gli interessi degli operai. Bisognerebbe trovare un sistema diverso.
Nella scorsa legislatura ho partecipato alla commissione d’inchiesta sulle morti bianche e gli infortuni sul lavoro. Uno dei punti della relazione finale sottolineava proprio la necessità di cambiare lo status giuridico del medico del lavoro, del medico aziendale. Bisogna fare in modo che sia lì per conto della collettività, del pubblico, a controllare che non si verifichino danni contro il lavoratore e l’ambiente.
Attualmente i medici sono di fatto dipendenti dell’azienda, anche se con contratti particolari. Al tempo dei fatti di cui stiamo parlando erano giovani e temevano che, se non avessero seguito i dettami dell’azienda, sarebbero saltati.

La stessa paura degli operai. Infatti, nell’atteggiamento dei sindacati emergono le indecisioni legate al dilemma salute-lavoro. Si è fatto un’idea di come è possibile uscire da questa strettoria?

E’ il problema enorme del ricatto occupazionale, che ritorna di continuo in questa vicenda ma non solo: ritorna in tutta la storia del lavoro e tutt’ora.
Alcuni anni fa, in Sicilia, quando ci fu la vicenda di Priolo, si verificò quasi una sollevazione popolare – con tanto di sindacati – contro l’intervento della magistratura, che aveva chiuso degli impianti.
Anche a Marghera-Mestre, quando si tratta di chiudere impianti pericolosi, si verifica questo ricatto occupazionale, con i sindacati che in prima battuta non possono che difendere l’occupazione.
Questo conflitto perenne è sfruttato a volte in maniera cinica dalle aziende. Ricordo gli interventi di Eugenio Cefis all’inizio degli anni Settanta: “Se fermiamo le produzioni nocive, gli operai stanno a casa”. Se veniamo condannati dalla magistratura, chiudiamo.

In La fabbrica dei veleni , colpisce anche l’inconsapevolezza dei rischi da parte delle stesse vittime. Era indubbiamente un’altra Italia. Ritiene che la coscienza ecologica, nel nostro Paese, sia oggi un’ottima arma contro il ripetersi di tragedie come quella del petrolchimico?

Sicuramente sì, però questo non esclude il ricatto occupazionale che continuiamo a riscontrare in tutta Italia. Perciò ci vuole maggiore attenzione, soprattutto da parte delle amministrazioni. D’altra parte ci sono anche industriali – soprattutto tra i giovani – che ragionano in maniera diversa. Si rendono conto che la sicurezza è un costo che va affrontato, anche per le conseguenze che ci possono essere.

Oggi, il petrolchimico di Marghera che cos’è?

Si è ridimensionato. Nei primi anni Settanta c’erano 40mila occupati, adesso la cifra complessiva è tra un terzo e un quarto di quella. Ci sono alcune lavorazioni contestate dalla popolazione, come quelle del ciclo del cloro. Popolazione e imprenditori stanno cercando di superare questa situazione, del resto Marghera ha vocazione industriale. Bisogna puntare ad avere industrie non pericolose per la salute pubblica.

Esistono progetti di riqualificazione delle aree industriali inquinanti? Se sì, quali?

A Bagnoli qualche anno fa è stato chiuso tutto, però gli operai sono stati mandati a casa e praticamente nessuno è stato ri-assunto. A Marghera si sta cercando di agire diversamente. Ci sono i cosiddetti “accordi di programma sulla chimica“, che coinvolgono le istituzioni – Stato, Regione, Comune – le associazioni degli industriali e i sindacati, proprio per risolvere alcune situazioni specifiche, relative a reparti e cicli pericolosi.
Hanno preso forma qualche anno fa, nel novembre del 2002, quando in un reparto della Dow Chemical di Marghera c’è stato un incendio a pochi metri dalle tubature di fosgene. Un secondo incendio ha fortunatamente spento il primo, altrimenti avremmo avuto una nuova Bhopal.
Tutti si ricordano ancora l’immagine dell’allora sindaco di Venezia, Paolo Costa, con la maschera antigas. Lì la gente toccò con mano il pericolo e si formò un’associazioni che continua a lavorare contro il rischio chimico.

Torniamo al PVC. Oggi è ancora utilizzato, dalle ciabatte da spiaggia ai vassoi delle mense. Dove e come avviene la lavorazione?

Per rendersi conto di quanto PVC ci circonda basta guardare nelle nostre case, nelle automobili, i fili elettrici: tantissimi oggetti. Grazie anche alla sua malleabilità e al fatto che, a seconda della composizione finale, può essere più o meno rigido, sostituendo altri materiali.
Ricordo una cartina appesa nello studio del mio collega e amico americano Billy Bagget. C’erano le località in cui si lavorava il PVC, varie generazioni di impianti. I primi erano stati creati attorno alle grandi città dell’est americano: New York, Washington. Poi erano stati spostati verso ovest – Chicago, il Michigan – quindi a sud – Texas, Louisiana – e infine andranno in Messico e in America Latina, dove c’è una minore attenzione per salute e ambiente. C’è questo graduale spostamento – non solo del CVM-PVC – che è una forma di razzismo ambientale. L’industria va dove riesce a spendere di meno.

Ma la lavorazione è rimasta la stessa?

Sostanzialmente sì. C’è stato qualche cambiamento, per esempio si usano delle autoclavi – contenitori di gas CVM – più grandi e sicure, però le procedure sono più o meno sempre le stesse.
Queste lavorazioni continuano sia a Marghera, sia in altre località italiane, perché consentono profitti consistenti. Inoltre fanno parte del ciclo del cloro, che permette altre soluzioni industriali.
Non si butta via niente, la chimica è come il maiale: i usa tutto e anche gli scarti sono riutilizzati per qualche altra produzione, che crea un ciclo a sua volta.

Lei a un certo punto delle vicende raccontate va anche in Cina, Paese sulla bocca di tutti per quanto riguarda inquinamento e prodotti nocivi. Che impressione ne ha avuto?

Ci sono situazioni per certi versi terrificanti, simili alle nostre di fine anni Sessanta, inizio Settanta. C’è una grande fame di industria e necessità di lavorare, a fronte di una consapevolezza bassissima della tutela dell’operaio. Per esempio, lì di amianto ancora non si parla. E’ una lavorazione strategica, punto. Noi sappiamo invece quanti operai continuino a morire per l’amianto e quante persone – non solo operai – moriranno in futuro.

Infatti, lei ne parla anche nel libro.

Sì, è il fenomeno della latenza. Queste sostanze killer hanno un periodo di latenza – di occultamento – che può durare anche trenta, quaranta, cinquant’anni. Dato che la nostra legislazione ha vietato la lavorazione e l’utilizzo dell’amianto nel 1992, avremo un picco di patologie tra il 2015 e il 2020. Per l’amianto, ci sono 120mila morti l’anno in tutto il mondo, tra mesotelioma pleurico e tumori vari. Sono dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro. Significa che ogni cinque minuti qualcuno muore a causa dell’amianto. Dati impressionanti.

A parte il CVM-PVC e l’amianto, quali sono le lavorazioni più rischiose oggi? Quali sono le battaglie in corso?

Le sostanze sono molte e già sarebbe una gran cosa se risolvessimo il problema del PVC e quello dell’amianto. Io credo però che la situazione andrebbe affrontata da un altro punto di vista. Ogni giorno, nel mondo entrano in produzione almeno dieci sostanze chimiche nuove, non testate. E’ necessario cambiare politica. Bisognerebbe fare in modo che il produttore, prima di avviare il ciclo, provi la non nocività di queste sostanze. Invece di aspettare i morti prima di avviare i controlli, bisognerebbe fare il contrario: applicare da subito il principio di precauzione, come avviene già per i medicinali o gli Ogm. Il problema è che io trovo ancora responsabili di enti pubblici che mi dicono: “Ma che cos’è questo principio di precauzione? Bisogna superarlo, altrimenti non si riesce a lavorare!”
Invece la salute è un bene prioritario tutelato dalla nostra Costituzione e, prima ancora, dalla nostra civiltà.
 
Attualmente, nel suo lavoro al Senato, lei fa parte della commissione di inchiesta sull’uranio impoverito: vuole aggiornarci brevemente sui lavori della commissione?

E’ un lavoro molto difficile. Tra l’altro sono firmatario del progetto di legge che in questa legislatura allarga le competenze della commissione. La commissione precedente si occupava solo delle patologie direttamente imputabili all’uranio impoverito. Adesso invece si considerano anche altri agenti che possono aver provocato danni alla salute dei nostri militari in missione all’estero.
Un altro punto importante è che adesso ci occupiamo anche dei danni subiti dalla popolazione negli scenari bellici in cui è stato usato uranio impoverito o sostanze analoghe.
Il compito è difficile perché gli organismi militari concedono con riluttanza i dati necessari, anche se c’è di mezzo la commissione d’inchiesta. Inoltre non c’è un’evidenza scientifica certa sul nesso causale tra sostanza e patologie: ci sono molte evidenze, ma ancora manca la certezza. Questo è la fase attuale. Dovrebbero arrivare dati nuovi entro la fine dell’anno.

Circondati quotidianamente da apparecchiature elettroniche, sentiamo parlare molto di elettrosmog. So che lei se ne è già occupato. Quali rischi corriamo?

Ho presentato anche un disegno di legge – firmato da alcune decine di senatori – basato proprio sul principio di precauzione. Ci sono grosse difficoltà a intervenire in questa materia. In tutta Italia, emergono contrasti tra i comitati o le amministrazioni locali e le aziende. Ci sono ricorsi continui all’autorità amministrativa e giudiziaria, con sentenze tra loro contrastanti, perché la legge 36 del 2001 è farraginosa e non attribuisce competenze specifiche agli enti locali. Si limita a dire – all’articolo 8 – che hanno una competenza territoriale e urbanistica e che devono minimizzare il rischio, senza però specificare come. Per cui i comuni non hanno una base normativa certa per intervenire. Il nuovo disegno di legge vuole garantire la trasparenza delle procedure. Il cittadino deve sapere tutto quello che succede e deve poter intervenire.

A questo proposito, cosa si sente di consigliare a un cittadino/lavoratore che volesse tutelarsi rispetto a tutte le forme di inquinamento industriale?

Per il singolo cittadino è difficile. La cosa migliore è coordinarsi a livello di associazione o gruppo politico e segnalare le situazioni sospette a chi è tecnicamente competente: Arpa (Agenzia Regionale Protezione Ambiente, ndr), polizia giudiziaria, magistratura. Bisogna vigilare, perché ogni cittadino è responsabile del proprio territorio.

Gabriele Battaglia

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