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Economia informale e agricoltura come ammortizzatori sociali. C'è chi lo pensa, ma anche questi settori soffrono la crisi

La crisi ha colpito più l’Occidente che l’Oriente. E’ questa la conclusione a cui sono giunti parecchi economisti analizzando il Prodotto interno lordo dei singoli Stati.
Non solo: c’è chi ipotizza che l’ammortizzatore sociale che riduce l’impatto della recessione sia il settore informale (leggi “economia di sussistenza“) a cui è dedita la popolazione più povera, ben più numerosa in Asia che in Occidente.

Parte dell’establishment economico ritiene insomma che la manodopera salariata espulsa dal lavoro e dalle metropoli asiatiche trovi ricovero in circuiti economici alternativi.
Come a dire: più in basso di un certo livello non si può scendere, a quel punto scatta il “fai-da-te“, un nuovo e diverso equilibrio che comunque garantisce la sopravvivenza. E quando ripartirà il ciclo economico, si assisterà a un movimento inverso di ritorno al lavoro salariato.

L’atterraggio morbido verso la “global safety net” avverrebbe in due forme.

Primo: attraverso l’economia informale.
Riciclo (specie la raccolta e rivendita dei rifiuti) e piccoli mercati di strada sono i luoghi privilegiati di questa economia alternativa.
Secondo la International Labour Organization, gli informali rappresentano circa la metà della forza lavoro in America Latina, oltre il 70% nell’Africa sub-Sahariana e più dell’80% in India; ma un rapporto del governo indiano riporta una percentuale che supera il 90%.
Il Wall Street Journal cita ad esempio la città indiana di Ahmedabad, già capitale del tessile, dove le dismissioni industriali sarebbero state riassorbite dal settore informale.

Secondo: con il ritorno alle campagne e il reimpiego nell’agricoltura di sussistenza.
Questa idea si basa sull’assunto che i lavoratori inurbati abbiano in realtà mantenuto anche l’attività in campagna: l’orticello di famiglia.
Con raccolti disponibili quasi tutto l’anno, l’attività agricola andrebbe così a costituire quell’extra che permetterà agli operai-contadini di accedere al mondo dei consumi. In tempo di crisi, l’agricoltura basta comunque a mantenere il livello di sussistenza.

Jan Breman ha confutato queste teorie sulla New Left Review. L’ha fatto sia sulla base di dati sia con una ricerca sul campo.
Innanzitutto, “se si considera la distribuzione del reddito e non il macro-calcolo del Pil, emerge che la crisi globale ha fatto pagare un prezzo sproporzionatamente più alto ai settori più vulnerabili“.

E’ chiaro inoltre che la crisi colpisce duramente anche l’economia di sussistenza.
Breman torna proprio ad Ahmedabad e scopre che il settore informale non garantisce in realtà neppure “metà della cifra che la World Bank ha stabilito come limite sotto il quale si parla di ‘estrema povertà’: un dollaro pro capite al giorno”.

Non solo: con la crisi, i prezzi dei materiali trovati nelle discariche si sono ulteriormente ridotti, colpendo i raccoglitori-rivenditori.

Quanto alle campagne, è un errore pensare che possano riassorbire la forza lavoro espulsa. I contadini sono partiti da zone rurali in cui la terra non era in grado di garantire la sussistenza per tutti. Quando vi fanno ritorno trovano la medesima situazione: anzi, talvolta le condizioni si sono ulteriormente deteriorate.

“Si erano allontanati dall’economia del villaggio soprattutto per la scarsità di terra e di altre forme di capitale. Non c’è fattoria familiare a cui fare ritorno. La partenza del senza terra e del contadino povero era stata una fuga, parte di una strategia di resistenza”.

In definitiva non ci sono scorciatoie verso il basso: il lavoro può tornare solo creando nuove opportunità

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