Lavoro. Dall’Europa arriva il tetto delle 60 ore settimanali – Lo standard fissato a 48, ma con il consenso del lavoratore ci si può spingere fino a 60-65 ore. Introdotte più tutele per i temporanei

Lo standard fissato a 48, ma con il consenso del lavoratore ci si può spingere fino a 60-65 ore. Introdotte più tutele per i temporanei

 

L’accordo è fatto. Dopo anni di forti contrasti e feroci polemiche, i ministri degli Affari sociali dell’Unione europea hanno trovato la “quadra” per la nuova direttiva sull’orario di lavoro e sulle agenzie di lavoro temporaneo. Il provvedimento si pone l’obiettivo di introdurre una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro dei paesi membri e migliori garanzie i dipendenti temporanei.

La settimana lavorativa “normale” è stata fissata fino a un massimo di 48 ore. Ma è anche passata la possibilità di estenderla fino a 60-65 ore in caso di accordo con il lavoratore.

Decisamente negativo il giudizio dei sindacati europei. La Ces (Confederazione dei sindacati europei) ha definito “inaccettabile” l’accordo raggiunto a Lussemburgo sull’innalzamento a 65 ore del tetto orario di lavoro settimanale. Il parto della direttiva ha visto l’astensione di cinque paesi – Spagna, Belgio, Grecia, Ungheria e Cipro – mentre l’Italia, che durante il governo Prodi aveva frenato, ha cambiato posizione votando favorevolmente.

La settimana standard è fissata a 48 ore, il passaggio alle 60 è ammissibile con il consenso del dipendente. Il limite si sposta fino alle 65 ore, sempre previo accordo tra le parti, per quei lavori con tempi morti (per esempio i medici di guardia che entrano in azione solo in caso di necessità). Il principio introdotto dalla direttiva è quello di considerare “tempo di riposo” quello del dipendente in disponibilità. Una decisione che farà discutere e in contrasto con la linea della Corte di giustizia europea che ha finora considerato lavoro a tutti gli effetti le ore di disponibilità del dipendente.

Infine per i lavoratori delle agenzie di lavoro temporaneo è stata introdotta l’equiparazione con quelli a tempo indeterminato per il salario, la maternità, le ferie e l’accesso ai servizi aziendali (mensa, asili nido, navette trasporto). Però è prevista che si possa derogare in base ad accordi nazionali tra le parti sociali.

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