Dietro la crisi: gli errori da non (ri)fare

Per capire lo tsunami finanziario di questi giorni bisogna tornare a 20 anni fa. E scoprire la psicologia del risparmiatore


L’esperienza è maestra di vita? Per il mondo della finanza pare di no. Guardando alle vicende di queste ultime settimane si direbbe che quando si tratta di investimenti è proprio difficile imparare dagli errori del passato. Perché non si può dire che questo ciclone, partito dall’America e che ora sta spazzando anche le piazze europee, fosse del tutto imprevedibile. Si tratta in parte di un film già visto, e nemmeno da tanto tempo. Proviamo a capire cosa c’è all’origine di questa crisi per evitare di scivolare sempre sulla stessa buccia di banana.

Il “mostro” finanziario

La parola che spiega tutto è finanziarizzazione. Ma è una parola che va spiegata. Per “finanziarizzazione” si intende il progressivo spostamento del risparmio delle famiglie sui titoli di Borsa. Un processo che comincia circa vent’anni fa: i piccoli risparmiatori tendono ad abbandonare le forme di risparmio tradizionale (conti bancari, titoli di Stato) per indirizzarsi sulle azioni che possono rendere molto di più. Con l’aiuto dei nuovi strumenti di investimento e con la facilità offerta dal web, la Borsa diventa il tempio della ricchezza collettiva. Non più l’economia reale, quella legata all’impresa e al lavoro, quella che produce, vende e reinveste gli utili. Ma una ricchezza finanziaria legata all’andamento dei titoli. Il Dow Jones, ma anche il Nikkei o il nostrano Mib, diventano i principali termometri dell’economia.

Una ricchezza virtuale

Tutto questo ha un preciso effetto sulla percezione della ricchezza, che sembra dipendere più dal valore delle azioni possedute che dal proprio stipendio. Si innesca un circolo che fino a un certo punto può anche essere definito virtuoso: se la retribuzione perde peso, si riduce la rivendicazione salariale e le aziende, risparmiando sul costo del lavoro, aumentano la loro redditività. Questo fa salire le quotazioni delle loro azioni. I lavoratori, dal canto loro, perdono sullo stipendio ma guadagnano – almeno virtualmente – dall’aumento della Borsa (soprattutto se vengono retribuiti con le stock option, cioè offrendo loro le azioni della stessa società da cui dipendono). La gente consuma perché “si sente ricca” e l’economia tira.

Si sente“, appunto. La psicologia ha un peso enorme nei meccanismi della finanza. Può farla volare ma anche precipitare. Le “percezioni” dei risparmiatori sono determinanti e molto contagiose. E a volte basta poco a far girare il vento?

L’effetto domino

Il vento gira alla soglia del terzo millennio. Nel marzo del 2000 scoppia la bolla speculativa della cosiddetta new economy: i titoli di società legate a Internet e alle nuove tecnologie, cresciuti vertiginosamente, si afflosciano. E’ un elementare meccanismo della Borsa: quando un titolo comincia ad andare bene tutti vogliono comprarlo. L’eccesso di domanda fa salire ulteriormente le sue quotazioni. Ma arriva un momento in cui le quotazioni sono così alte che qualcuno comincia a vendere per guadagnare sulla plusvalenza (cioè la differenza tra il prezzo di acquisto e di vendita). Qualcun altro lo segue, anche per il timore che il titolo si svaluti. E poi un altro e un altro ancora… Quando tutti vendono il titolo crolla. E nel 2000 per i risparmiatori l’atterraggio fu piuttosto duro perché l’ammortizzatore costituito dal potere d’acquisto del salario non era più così robusto.

La storia si ripete

E’ successo otto anni fa e sta succedendo ancora in questi giorni. La crisi del 2000 non ha insegnato molto. Anzi, ha dato il via a un’altra ondata speculativa. Per reagire a quella crisi la Fed, la banca centrale Usa, immise liquidità e alimentò il mercato del credito statunitense. In altre parole aumentò la possibilità per le famiglie di indebitarsi. Il sogno americano si trasferì sul mattone: in molti hanno pensato in questi anni di poter investire sulla casa perché i mutui erano a portata di mano. Anche troppo. Infatti nell’estate del 2007 scoppia la crisi dei cosiddetti mutui subprime: l’insolvenza di troppi debitori mette in ginocchio il sistema del credito immobiliare. Al punto che un anno dopo i colossi del settore Fannie Mae e Freddie Mac devono essere salvati dalla bancarotta.

Insomma, le crisi dell’ultimo decennio hanno un dato in comune: aver sopravvalutato la ricchezza finanziaria. Aver pensato che il gioco in Borsa o la possibilità di pagare a rate (l’auto o la casa) potessero in qualche modo sostituire una ricchezza reale, basata sul lavoro e sulla produzione. Pare che la morale della storia sia ancora lontana dall’essere imparata. (A.D.M.)

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