Bonus straordinari, vantaggi (e ingiustizie) collaterali – Le ore di straordinario non si calcolano nel reddito complessivo. Una diminuzione che facilita l’accesso ai servizi sociali

Le ore di straordinario non si calcolano nel reddito complessivo. Una diminuzione che facilita l'accesso ai servizi sociali


Fare gli straordinari? Conviene doppiamente: diminuiscono le tasse e anche la retta dell’asilo nido. Sono gli strani effetti di quello che è stato uno dei cavalli di battaglia dell’attuale maggioranza durante l’ultima campagna elettorale. E ora, con la priorità dovuta ai vincitori, la detassazione degli straordinari è diventata legge dello Stato. Tra molti applausi ma anche diversi fischi. Tra i primi ci sono sicuramente quelli delle aziende, che ottengono il potenziamento di uno strumento per loro vantaggioso (e spesso abusato) perché consente di aumentare la produzione senza aumentare gli organici. Peraltro sono le stesse regioni di chi critica il provvedimento: indurrà le aziende a “spremere” i lavoratori già assunti (magari col consenso degli stessi) e chiuderà ancora di più le porte alle nuove assunzioni.

Le regole del bonus strordinari

  • Si applica ai compensi per lavoro straordinario, lavoro supplementare per i contratti part-time, premi di produzione pagati nel 2° semestre 2008 (1° luglio – 31 dicembre).

  • Su questi importi si applica una tassazione secca del 10% (tassazione separata) al posto delle normali aliquote progressive.

  • E’ limitato a un importo massimo di 3.000 euro.

  • Si applica solo ai lavoratori dipendenti del settore privato che nel 2007 non hanno superato un reddito annuo di 30.000 euro.

  • Il reddito tassato separatamente non rientra, dal punto di vista fiscale, nel reddito complessivo del dipendente.

Si riduce il reddito e si aprono le porte dei servizi sociali

Proprio l’ultimo punto della tabella apre la porta a possibili effetti collaterali positivi per il lavoratore. Escludere queste somme e quindi ridurre il reddito complessivo può portare dei vantaggi su altri versanti, non strettamente fiscali. Si pensi a tutti quei servizi per l’utilizzo dei quali il reddito familiare ha un peso determinante: l’iscrizione agli asili nido, le mense e le altre agevolazioni scolatiche (libri e borse di studio), le agevolazioni sulle tasse universitarie, l’esenzione dal ticket sui medicinali e le visite mediche, il diritto ai servizi di assistenza domiciliare, solo per citare i più frequenti. In alcuni casi addirittura essere sotto o sopra una determinata soglia di reddito può dare o meno diritto alla prestazione assistenziale.

Ma in generale il taglio di 3.000 euro (l’importo massimo agevolabile) incide sull’Isee, ovvero l’Indicatore di Situazione Economica Equivalente, lo strumento che tiene conto dei redditi (stipendi, pensioni ecc.) e del patrimonio (immobili, investimenti ecc.), ma anche del numero dei componenti del nucleo familiare e degli oneri principali come l’affitto. Questo modello è ormai richiesto da molte amministrazioni per attestare la condizione economica generale della famiglia e quindi stabilire l’ordine di priorità o l’entità del corrispettivo per i servizi da erogare (ad esempio la graduatoria e la retta dell’asilo nido).

Paradossi “straordinari”

Un vantaggio collaterale per il lavoratore che però non placherà le polemiche, anzi. Perché aumenta il senso di ingiustizia tra contribuenti: due redditi uguali, infatti, verrebbero tassati diversamente, a seconda che si tratti o meno di straordinari o premi di produzione. In barba alle più elementari regole di equità fiscale. E – colmo del paradosso – chi fa straordinari (realmente o, peggio, fittiziamente per beneficiare dello sconto con la complicità del datore di lavoro) potrebbe risultare “più povero” del collega che non li fa ma prende lo stesso stipendio, finendo per scavalcarlo nell’assegnazione o nelle graduatoria dei servizi sociali (A.D.M.)

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