Demansionamenti e ferie obbligate per vincere la crisi. Gli effetti del nuovo ‘contratto di prossimità’

Sempre più diffusi gli accordi che permettono una serie di deroghe ai trattamenti più favorevoli al lavoratore. Fino alla riduzione delle mansioni e dello stipendio

Per superare i periodi di crisi bisogna rinunciare a qualcosa. Sembra questa la "filosofia" che sta dietro i cosiddetti "contratti di prossimità" introdotti dalla "manovra di ferragosto", l’ultima del passato governo Berlusconi, che ora si stanno diffondendo a macchia d’olio. In questo caso a rinunciare sono i lavoratori: alle ferie non godute e retribuite, alle assicurazioni integrative e soprattutto alle loro mansioni per altre di livello inferiore e meno pagate.

Una rinuncia "temporanea", dice la legge. Ma sono sempre di più le aziende che in questi tempi di difficoltà economiche ricorrono alle disposizioni dell’art. 8 del Dl 138/2011, la manovra citata, col consenso delle rappresentanze sindacali, che è la condizione per cui i contratti di prossimità possono derogare, cioè sostituirsi, agli accordi nazionali e addirittura alla legge.

Finora si era sempre parlato di contratti aziendali, territoriali o di secondo livello. Ma la portata di questi nuovi contratti può essere decisamente maggiore. La legge prevede che i contratti aziendali possono prevedere "specifiche intese (…) finalizzate alla maggiore occupazione, alla qualità dei contratti di lavoro, all’adozione di forme di partecipazione dei lavoratori, alla emersione del lavoro irregolare, agli incrementi di competitività e di salario, alla gestione delle crisi aziendali e occupazionali, agli investimenti e all’avvio di nuove attività".

Uscire dalla crisi tagliando gli stipendi

Per raggiungere questi obiettivi si può intervenire su alcuni aspetti dell’organizzazione del lavoro. Nell’ordine:

1) Ferie e permessi retribuiti: può essere sospeso l’accumulo nella banca ore e può essere imposto il consumo obbligatorio delle ferie non godute.

2) Assicurazioni integrative: possono essere sospese le contribuzioni ai piani di assistenza sanitaria integrativa.

3) Trasferimenti: possono essere sospesi i trattamenti più vantaggiosi per il lavoratore previsti dei contratti collettivi nazionali.

4) Demansionamento: se vengono riportate all’interno dell’azienda attività che prima venivano svolte da fornitori esterni, è possibile affidare queste attività a lavoratori che prima svolgevano mansioni più elevate con la proporzionale riduzione della retribuzione.

Quest’ultimo è sicuramente è l’aspetto più critico della nuova regolamentazione. Le polemiche lo accompagnano fin dal varo della legge: secondo il governo di allora era una misura di sostegno alla flessibilità e per il rilancio dell’economia che non avrebbe messo a rischio i diritti dei lavoratori perché "il sindacato può sempre dire di no". Di parere opposto ovviamente la Cgil per la quale si tratta invece di un vero e proprio attacco ai "fondamentali" del lavoro in Italia, in particolare allo Statuto dei lavoratori.

Di certo la questione non smette di sollevare un serio interrogativo giuridico: un accordo sindacale (cioè tra privati) può arrivare a modificare una norma di legge?

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