Pronto, c’è nessuno? E’ crisi per il call center

Migliaia di posti di lavoro in bilico. Un settore non regolarizzato abbastanza che adesso soffre la crisi

Sono stati per anni sinonimo di precariato e sfruttamento, ma finché il mercato tirava, anche i call center assorbivano forza lavoro.
Ora la “bolla” dei call center rischia di scoppiare, tra chiusure, stipendi arretrati mai pagati, titolari in fuga con la cassa residua, contratti poco chiari e assenza di ammortizzatori sociali.

I sindacati li definiscono “una giungla”. Perché il call center sono un mondo variegato: comprendono realtà grosse, in regola, e sottoscala in cui l’imprenditore improvvisato – cosiddetto “rider” – non paga contributi e poi, ai primi venti di crisi, sparisce.
I dati forniti dai sindacati parlano di cinquanta-sessanta marchi presenti sul mercato italiano, per un totale di almeno 50 mila addetti.
Ma i marchi “virtuosi”, le vere e proprie imprese, sono solo una quindicina.
Tra questi, un leader da 180 milioni di fatturato, due o tre gruppi da 50 milioni, altrettanti sui 30 milioni, poi i più piccoli, destinati a uscire da un mercato sempre più difficile.

Secondo Emilio Miceli, segretario generale di Slc-Cgil, non è solo l’improvvisazione e il desiderio di soldi facili dei riders il problema del settore.
«Cala la domanda, calano gli ordini, cala il valore delle commesse». Gli appalti sono tirati al ribasso, le grandi concessionarie spingono i fornitori a puntare sull’estero, a delocalizzare per abbassare i costi.

C’è poi il problema dei contratti, strettamente connesso a quello deegli incentivi. Nel 2006 la circolare Damiano ha stabilito anche per i call center il divieto dei contratti a progetto. Lo Stato ha introdotto incentivi per le aziende che trasformavano queste posizioni in contratti a tempo indeterminato. Sgravi pieni al Sud. Si spiega così perché sono sorti come funghi call center nel Mezzogiorno.

Ora però gli incentivi sono in scadenza. Molte città, soprattutto al sud ma anche al nord, rischiano di diventare “bombe sociali pronte a scoppiare”, continua Miceli.
Per questo motivo, i sindacati chiedono al governo di aprire il «tavolo dei call center» e rinnovare gli incentivi.

Pronto, c’è nessuno? E’ crisi per il call center