Covid, il prezzo salato pagato da donne e giovani. L’intervista

La crisi ha colpito duramente i soggetti più deboli. Anna Venturino, fondatrice di ThumbsUp, suggerisce – con forza – quali strade il Paese deve prendere. Per evitare il declino socioeconomico.

“In Italia c’è un delta molto elevato tra i giovani e il mercato del lavoro”, “le scuole non avrebbero dovuto chiudere”, “è assurdo che la matematica o le scienze o la storia venga insegnata esattamente nello stesso modo come cinquant’anni fa”. Anna Venturino, fondatrice di ThumbsUp, piattaforma di orientamento al lavoro, mette in fila i problemi italiani. Strutturali e amplificati dalla pandemia. Le soluzioni che propone partono dalla constatazione del sacrificio chiesto alle forze potenzialmente più produttive: le donne e i giovani. Una condizione inaccettabile per il Paese. Il cambiamento di rotta è auspicabile. A partire dalla scuola, che deve essere considerata un architrave essenziale per la crescita. Nel dramma sociale ed economico in corso, l’orizzonte scolpito da virus potrebbe presentarsi come un’occasione per cambiare.

Secondo il rapporto Eurostat, l’Italia è il terzo Paese più colpito, per posti di lavoro persi, in Europa dalla crisi economica. E i giovani sono più a rischio. Quali sono i motivi?
Ha perfettamente ragione. In Italia c’è un delta molto elevato tra i giovani e il mercato del lavoro. Da un lato infatti gli studenti affrontano il loro percorso di studi senza prendere in considerazione i trend del mercato del lavoro, le skill necessarie, le esperienze che richiedono le aziende. Dall’altro le aziende stesse hanno problemi nel reperire i giovani con formazioni adeguate e adatte alle loro richieste. Il problema è che i giovani affrontano il loro percorso prima alla scuola superiore e poi all’università come se fosse prettamente una questione di apprendimento personale. E arrivati al termine si rendono conto che la loro preparazione spesso è insufficiente o inadeguata. È per questo che, dopo essermi impegnata per tanti anni sui giovani gestendo due fondazioni, ho deciso di fondare Thumbs Up nel 2014. Una start up innovativa a vocazione sociale nata proprio con l’obiettivo di aumentare il livello di consapevolezza dei giovani, avvicinandoli al mercato del lavoro. Il tema della consapevolezza nei giovani è centrale. È importante sin da piccoli abituarsi a riconoscere i propri punti di forza e identificare le aree di miglioramento. E abituarsi a costruire il proprio curriculum, facendo esperienze lavorative, internazionali, di volontariato. In primavera stiamo pianificando proprio un evento virtuale rivolto ai giovani che tratterà queste tematiche.

La crisi Covid ha travolto le donne: si è perso circa il 56% del lavoro femminile. Quali strategie si potrebbero adottare per limitare i danni?
La situazione è preoccupante. A mio avviso le scuole non avrebbero dovuto chiudere. Consideri che per molte famiglie lavorare da casa in smart working, occupandosi al contempo anche della gestione dei figli è impensabile. Un bambino che frequenta la scuola primaria spesso non ha un computer e non ha un’autonomia tale da riuscire a seguire le lezioni e fare i compiti da solo. Quindi la prima strategia è la riapertura delle scuole, come per altro è garantita in tanti Paesi europei.

La fine della pandemia cambierà la struttura produttiva del Paese e la formazione professionale richiesta dalle imprese?
Parlare adesso di fine pandemia non è facile. Temo che ci aspettino tempi in cui vedremo delle ondate: dei momenti di chiusura e lockdown che si succederanno a momenti di riapertura. Le nostre imprese saranno penalizzate e di conseguenza ci saranno dei tagli dei costi del lavoro e un aumento della disoccupazione, che per altro sta già avvenendo. Sul fronte della struttura produttiva, si stanno salvando le aziende che operano nei settori del digitale o che sono riuscite a spostare sul virtuale la loro offerta di servizi.

A suo giudizio i lockdown, le misure di distanziamento, i limiti imposti possono influenzare nel tempo le capacità cognitive dei più giovani?
Sì assolutamente. Consideri che l’interazione sociale per qualsiasi essere umano è fondamentale. Ha un impatto sul nostro equilibrio, sulla nostra capacità di apprendimento, sul nostro benessere. Questa restrizione di libertà, anche se è capibile, non è tollerabile a lungo andare. Peraltro, mentre un adulto, lavorando, ha una modalità di gestione del suo tempo più variegata perché può passare da riunioni, a momenti di lavoro individuale a telefonate; uno studente ha in questo momento di lockdown per lo più un’unica modalità di lavoro: l’apprendimento frontale passivo. Pensi a uno studente che deve stare davanti a uno schermo per 5, 6, 7 ore. Pensi che tipo di vita e di rapporti sociali avrà se si trova a vivere in una famiglia senza fratelli chiuso in un appartamento per dei mesi. E pensi in particolare a tutti quegli studenti che non sono così social e che magari hanno già di partenza delle difficoltà a relazionarsi con i coetanei. Forse non si ammaleranno di coronavirus, ma come usciranno da questo periodo?

Se la sente di dare un giudizio sulla scuola italiana: è capace di preparare al lavoro?
Penso che la scuola italiana offra un’ottima formazione. Ci sono molti professori appassionati al loro lavoro e la didattica è molto buona. Allo stesso tempo ci sono dei margini di miglioramento. Tra questi mi focalizzerei su tre aspetti: innanzitutto bisognerebbe formare i professori affinché siano in grado di acquisire strumenti di insegnamento più coinvolgenti e dinamici. È assurdo che la matematica o le scienze o la storia venga insegnata esattamente nello stesso modo come cinquant’anni fa. In secondo luogo, ridurrei il numero di materie e darei più spazio alla matematica che ormai è fondamentale. In terzo luogo, ridurrei i compiti per dare più spazio ad attività extrascolastiche, ma ugualmente importanti nella crescita e preparazione degli studenti, come per esempio lo sport, il volontariato, attività artistiche o esperienze di lavoro.

L’alternativa alla chiusura delle scuole è la didattica a distanza. Che giudizio dà allo strumento?
Pessima. La didattica a distanza non è minimamente confrontabile con l’insegnamento a scuola. Per altro nei mesi scorsi, quando c’era stato il primo lockdown si sperava che fosse un’esperienza circoscritta e tutti hanno tenuto duro, ma si era già visto che i risultati come apprendimento erano stati scarsi. Infatti, le scuole hanno dovuto recuperare parte del programma. Questa volta la situazione è ancora peggiore, perché la motivazione lato studenti è veramente bassa. Bisogna riaprire il prima possibile le scuole. I giovani sono il nostro futuro. È assurdo che siano sempre sacrificati.

Ci aspetta ancora un periodo di rinunce. Il tempo libero dovremmo organizzarlo fra le mura domestiche. Lei ha appena scritto un libro, un romanzo fantasy, “Ti aspettavo da cento anni”. La scrittura può essere una via d’uscita per mantenere alte le nostre capacità di attenzione e di concentrazione?
Sì, la scrittura è la mia passione. “Ti aspettavo da cento anni” è il mio primo romanzo. Ci ho messo dieci anni a scriverlo e devo dire che è stata un’esperienza unica. Per scriverlo ho dovuto documentarmi sul Canada del ‘900 e approfondire lo sciamanesimo. Scrivere mi consente di sognare, di estraniarmi da tutto, ma contestualmente la scrittura necessità anche di una struttura, di un lavoro, di una pulizia e questo mi aiuta a mantenermi lucida e molto focalizzata. Avendo una famiglia e lavorando, ho dovuto ritagliarmi del tempo di qualità per scrivere soprattutto di notte quando tutti dormivano. È stato un vero ossigeno per me e lo consiglio a tutti. Soprattutto in questo periodo assurdo: prendete carta e penna e scrivete! La protagonista del mio romanzo, Gabrielle, mi ha fatto viaggiare lontano, insieme abbiamo vissuto tante avventure, insieme abbiamo avuto paura, abbiamo sofferto e insieme abbiamo anche potuto correre. Perché come lei, anche a me piace molto correre. Lo consiglio a tutti!

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