Le aziende possono licenziare dopo il periodo di quarantena?

L'Italia è zona protetta, che cosa ne sarà dei lavoratori costretti a rimanere a casa? I licenziamenti "consentiti"

L’Italia è ferma, le città sono in quarantena e i negozi abbassano le loro saracinesche. Ai tempi del Coronavirus c’è una cosa che preoccupa chi è costretto a rimanere a casa: il lavoro.

Con le aziende che rimarranno chiuse in questo periodo, infatti, sono sempre di più le persone preoccupate di perdere il proprio impiego. Eppure, quello che molti si stanno chiedendo oggi è: in uno stato di emergenza sanitaria, quando e a che condizioni un’azienda può procedere con i licenziamenti? 

Sospensione delle attività a causa dell’emergenza Coronavirus: il datore di lavoro può licenziare?

Il Premier Giuseppe Conte, in una dei suoi ultimi interventi, ha incoraggiato datori di lavoro e imprese ad adottare soluzioni alternative all’organizzazione aziendale “classica”. Nei casi in cui lo smart working non fosse possibile e il lavoratore terminasse i giorni di assenza retribuita (le cosiddette ferie forzate), vi è inoltre la possibilità di ricorrere – quando è possibile – alla cassa integrazione in deroga.

Gli ammortizzatori sociali messi a disposizione degli imprenditori, però, spesso hanno tempi lunghi e non sempre risultano essere immediati. Da qui, la difficoltà di molte aziende nel trovarsi a gestire la prolungata sospensione dell’attività e i lavoratori/collaboratori alle proprie dipendenze che – di fatto – non stanno producendo (e che quindi non possono permettersi di pagare). Ma allora che succede?

La sospensione delle attività a causa dell’emergenza Coronavirus, nello specifico, può rientrare tra le ipotesi di “impossibilità sopravvenuta”. La legge, a tal proposito, parla chiaro: quando la prestazione è divenuta impossibile, l’altra parte ha diritto a una corrispondente riduzione della prestazione da essa dovuta, e può anche recedere dal contratto qualora non abbia un interesse apprezzabile all’adempimento parziale (vd. art. 1464 del Codice Civile) . In altre parole, quando lo svolgimento del lavoro diviene impossibile il datore di lavoro può procedere con un licenziamento, poiché non ha più interesse a portare avanti quel rapporto.

Gli interessi in gioco, quelli che il datore di lavoro vuole tutelare, devono però essere valutati di volta in volta in relazione all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al suo regolare svolgimento. Se viene dimostrato, per esempio, che l’attività poteva essere proseguita da remoto, il licenziamento è illegittimo.

Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: dopo la quarantena è possibile

Un discorso diverso, invece, bisogna fare per i licenziamenti per giustificato motivo oggettivo. Può capitare, infatti, che l’azienda decida di recedere dal contratto con i propri dipendenti non solo perché il proseguimento dell’attività è diventato impossibile, ma anche perché – per via del blocco dei trasporti e della crisi della produzione – è diventato antieconomico. Purtroppo in questi casi il pericolo di perdere il lavoro sussiste sia prima che dopo il periodo di quarantena, poiché dipende dalle condizioni in cui l’imprenditore si trova in un preciso momento.

Questo perché la Costituzione (art. 41) garantisce la libertà dell’iniziativa economica privata: il datore può organizzare l’impresa nel modo più opportuno, previo rispetto dei principi di correttezza e buona fede. Per procedere con la recessione dal contratto, dunque, al datore di lavoro basterà dimostrare che ci sono delle condizioni oggettive che giustificano la sua azione (come l’andamento economico sfavorevole, il bisogno di tagliare i costi o l’esigenza di aumentare i profitti).

Il vero paradosso è che, se la crisi economica – finanziaria scatenata dall’emergenza Coronavirus colpisce un determinato settore (basta pensare al momento che tutte le realtà operanti nel comparto turistico stanno passando), allora sia prima che dopo la quarantena si possono verificare le condizioni sopra citate.

Tra i motivi del licenziamento e il licenziamento stesso, però, deve sussistere un nesso di causalità. Il datore di lavoro (su cui ricade l’onere della prova) deve inoltre essere nella condizione di non poter impiegare lo stesso dipendente in mansioni diverse. In caso contrario, venendo meno le condizioni fino ad ora esplicate, il licenziamento può essere impugnato.

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