Fase 2 e riaperture, il pressing serrato di Confindustria su Conte

Il prolungamento delle misure fino al 3 maggio valutato dal Governo preoccupa i rappresentanti del mondo delle imprese

Mentre si discute di “fase due” e rimodulazione delle misure per consentire alle imprese di ripartire gradualmente, la linea del Governo sembra essere quella della massima prudenza: si va, insomma, verso un prolungamento fino al 3 maggio delle misure di isolamento e distanziamento sociale.

Il tema è stato oggetto, nelle scorse ore, di un confronto serrato tra il premier, Giuseppe Conte, e i capi delegazione dei partiti di maggioranza. Il Governo ha anche sentito le parti sociali in videoconferenza: sindacati, rappresentanti del mondo delle imprese e poi anche governatori e sindaci. Non siamo ancora nelle condizioni di riaprire le attività produttive, avrebbe detto il Presidente del Consiglio, perché rischieremmo di far risalire la curva dei contagi e di vanificare i risultati fin qui raggiunti. 

Dal Governo massima prudenza

Secondo fonti sindacali, dunque, si starebbe valutando una ripartenza “centellinata”, a partire dal 3 maggio, con la possibilità di poche riaperture mirate nell’ambito dei codici Ateco delle attività essenziali.

Un approccio che preoccupa, però, i rappresentanti del mondo produttivo, che vedono nell’estensione dello stop alle attività un grave rischio per l’economia. 

Le richieste delle imprese del Nord

Già nelle scorse ore Confindustria Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto avevano inviato una nota congiunta che chiedeva al Governo di concretizzare il più presto possibile la “fase 2”: “Se le quattro principali regioni del Nord che rappresentano il 45% del Pil italiano non riusciranno a ripartire nel breve periodo, il Paese rischia di spegnere definitivamente il proprio motore e ogni giorno che passa rappresenta un rischio in più di non riuscire a rimetterlo in marcia”, si legge nella lettera.

Dunque, “prolungare il lockdown significa continuare a non produrre, perdere clienti e relazioni internazionali, non fatturare con l’effetto che molte imprese finiranno per non essere in grado di pagare gli stipendi del prossimo mese”. 

Ad avviso dei firmatari, il pilastro della ripartenza dovrebbe essere “uscire dalla logica dei codici Ateco, delle deroghe e delle filiere essenziali a partire dall’industria manifatturiera e dai cantieri. È una logica non più sostenibile e non corretta rispetto agli obiettivi di sanità pubblica e di sostenibilità economica. Il criterio guida è la sicurezza”.

La roadmap di Confindustria

Nel frattempo, il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ha tracciato una ideale roadmap delle prossime fasi. “Dopo la fase 1 delle misure per l’emergenza liquidità” occorre passare alla fase 2 “con graduali aperture delle fabbriche e degli uffici nel rispetto di tutte le prescrizioni sanitarie per la sicurezza dei lavoratori”, ha detto.

L’obiettivo, a suo avviso, è quello di “affrontare e vincere la guerra contro i contagi e la recessione affinché non diventi depressione”. Al termine della fase 2, si passerà poi “alla fase 3 attraverso massivi investimenti pubblici che compensino e supportino la progressiva ripresa della domanda privata”.

Il dibattito tra scienziati e rappresentanti delle imprese

Ospite di Lilli Gruber a “Otto e Mezzo” giovedì sera, la vicepresidente di Confindustria Licia Mattioli ha sottolineato l’importanza di programmare al più presto una riapertura delle imprese: “Siamo in difficoltà, abbiamo a cuore il futuro del paese.

Bisogna cominciare a pensare a riaprire”. E ha sottolineato: “Se perdiamo 8,8 milioni di posti di lavoro, sarà un problema enorme per il nostro Paese”. A Mattioli ha risposto il virologo dell’Ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli: “Se apriamo troppo presto e apriamo malamente, ci risiamo dentro da capo e se ne riparla in autunno. Questo è il vero rischio”. 

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