Colf, niente “tassa” sul licenziamento. Fornero chiarisce: l’Aspi non si applica alle famiglie

Il nuovo contributo di disoccupazione è dovuto solo dalle aziende. Il ministro blocca in extremis la stangata sulle famiglie che rinunciano alla colf o alla badante

Il nuovo ammortizzatore sociale non sarà a carico delle famiglie. Aveva scatenato parecchie polemiche l’applicazione generalizzata del contributo Aspi, la nuova Assicurazione sociale per l’impiego che sostituisce l’indennità di disoccupazione. La riforma del lavoro prevede a carico del datore di lavoro, in caso di licenziamento, un contributo di quasi 500 euro per ogni anno di impiego fino a un massimo di 3 anni. Ma non ha specificato se esso vada applicato a qualsiasi rapporto di lavoro, compreso quello domestico.

In assenza di precisazioni, le famiglie che da quest’anno avessero interrotto la collaborazione con colf e badanti, per qualsiasi motivo, avrebbero dovuto versare all’Inps fino a 1.500 euro. Un onere decisamente pesante. Così lo stesso ministro del Welfare, Elsa Fornero, è intervenuto per precisare che il contributo si applica solo alle imprese e non alle famiglie.

Come funziona l’Aspi

La riforma del lavoro, che ha introdotto il nuovo ammortizzatore sociale, prevede che per i "lavoratori che abbiano perduto involontariamente la propria occupazione" il datore di lavoro è obbligato – a prescindere dalla causa del licenziamento – a versare il 41% del massimale Aspi individuato dai canoni nazionali. Per il 2013 questo massimale è fissato a 1.180 euro, quindi il contributo da versare in caso di interruzione del rapporto ammonta a (41% di 1.180 =) 483,80 euro.

Il contributo è annuale e va moltiplicato per gli anni di durata del rapporto, con un massimo di 3 annualità. Quindi se il rapporto di lavoro dura da 3 o più anni il datore di lavoro che licenzia il lavoratore deve versare all’Inps un contributo di (483,50 x 3 =) 1.451,40 euro.

Il contributo inoltre è dovuto a prescindere dal numero di ore lavorate e dalla retribuzione, perché è legato solo agli anni di lavoro.

Se si fosse applicato anche ai rapporti di lavoro domestici questo contributo sarebbe stato un pesante onere per una famiglia che magari – si pensi al caso delle badanti – è già costretta a fare sacrifici economici per la cura in casa di un anziano e alla sua morte interrompe il rapporto di lavoro. Inoltre il nuovo contributo sarebbe diventato un ulteriore incentivo alle assunzioni in nero, cosa di cui non si sente certo il bisogno. Sebbene un po’ tardivo, l’intervento del ministro Fornero era necessario. (A.D.M.)

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