Blocco licenziamenti, Bruxelles bacchetta l’Italia: ecco perchè

La misura, in scadenza il 30 giugno, "non efficace" e ingiusta perché penalizza i lavoratori a termine

Tiene banco – non solo a Roma – ma anche a Bruxelles il  blocco dei licenziamenti, tema che in Italia sta infiammando il dibattito ormai da giorni. Nelle scorse ore, infatti, è arrivato da Bruxelles l’assist indiretto alla linea del Presidente Draghi, imprese e Confindustria.

 

Doccia gelata, dunque, sulla richiesta di proroga, almeno fino a ottobre, chiesta a gran voce dai Sindacati, spalleggiati con forza dal Pd con la Lega che, nella persona del leader Salvini, ribadisce di sposare a pieno la sintesi trovata dal Premier.

 

“Ieri ho parlato con il Presidente Draghi e con il presidente di Confindustria, ho sentito alcuni rappresentanti sindacali e mi sembra che la mediazione proposta e raggiunta da Draghi sia assolutamente positiva – ha detto  il leader leghista  – quindi fino a ottobre tutela per le categorie più a rischio e da giugno, per le categorie che non hanno problemi di licenziare, ma semmai hanno problemi ad assumere, perchè ci sono alcuni comparti che stanno volando, che stanno crescendo, penso all‘industria, all‘edilizia, bisogna lasciare totale libertà di azione“.

 

L’altolà da Bruxelles

Il blocco dei licenziamenti italiano è “superfluo” e “tende a influenzare la composizione, ma non la portata dell’aggiustamento del mercato del lavoro”. Questa la netta valutazione che emerge dalle raccomandazioni di primavera, diffuse ieri dalla Commissione Europea che boccia la misura in vigore dallo scorso marzo nel nostro Paese sottolineando anche che “l’Italia è l’unico Stato membro che ha introdotto un divieto generalizzato sui licenziamenti dall’inizio della crisi Covid-19″. 

 

I motivi

 Per la Commissione, infatti, il provvedimento avvantaggia i lavoratori a tempo indeterminato a scapito di quelli a tempo determinato come, ad esempio  interinali e stagionali”. Per questo, “più a lungo è in vigore e più rischia di essere controproducente perché ostacola il necessario adeguamento della forza lavoro alle esigenze aziendali”.

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