Avere un brutto carattere non è reato: la Cassazione reintegra lavoratore licenziato

Il caso di un lavoratore bergamasco di 36 anni impiegato in una ditta metalmeccanica

Avere un brutto carattere non giustifica il licenziamento. Un’azienda metalmeccanica è stata così condannata a reintegrare un dipendente licenziato per via del suo “caratteraccio”, riconoscendogli pure gli arretrati. “La completa irrilevanza giuridica del fatto (pur accertato) equivale alla sua insussistenza materiale e dà perciò luogo alla reintegrazione”, hanno scritto i giudici nella sentenza.

È accaduto nella Bergamasca e lo rende noto la Cisl, alla quale il lavoratore, un impiegato di 36 anni della valle Seriana, si era rivolto.

La Suprema Corte ha riconosciuto al lavoratore anche gli arretrati dal giorno del licenziamento. “La Cassazione – spiega Salvatore Catalano, responsabile dell’ufficio vertenze della Cisl di Bergamo – ha posto come pregiudiziale la condizione che il motivo del licenziamento sia una reato, o almeno un atto illecito, e il brutto carattere di una persona non lo è”. Il lavoratore aveva infatti in effetti tenuto un comportamento litigioso con il personale che lui stesso avrebbe dovuto formare.

L’impiegato era dipendente dell’azienda da cinque anni e venne licenziato appunto nel 2013 dopo l’ennesimo scontro con alcuni colleghi. I primi gradi di giudizio avevano dato ragione alle tesi sostenute dal lavoratore, che aveva sempre sostenuto di aver subito pratiche di demansionamento, ottenendo la reintegra in servizio. L’azienda aveva fatto ricorso in Cassazione con la certezza che, al massimo, avrebbe corrisposto un’indennità risarcitoria al lavoratore. Invece, secondo la Suprema Corte, il comportamento del lavoratore non può essere considerato causa di licenziamento.

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