Un arbitro per decidere sui licenziamenti. Nuova minaccia per l’articolo 18

Sostituire il giudice del lavoro con un collegio arbitrale. E' il progetto di riforma del lavoro. Ma il lavoratore perde la sua tutela speciale

Ci risiamo. Non c’è pace per lo Statuto dei lavoratori, la legge del 1970 che rappresenta la “carta costituzionale” del diritto del lavoro in Italia. Il bersaglio principale come sempre è l’articolo 18, che prevede l’obbligo di riassunzione (tecnicamente il “reintegro”) del lavoratore licenziato senza giusta causa. Ma questa volta l’attacco non è frontale, come nel 2002 quando il secondo governo Berlusconi propose di sostituire l’obbligo di reintegro con un risarcimento in denaro. Memore probabilmente dell’opposizione che quel tentativo di riforma scatenò (Cofferati, allora segretario generale della Cgil, portò in piazza a Roma circa tre milioni di persone), ora il governo cerca di aggirare il problema. Inserendo tra le pieghe del nuovo progetto di riforma una norma che di fatto svuota il potere del giudice di imporre il reintegro sostituendolo con un arbitro.

Lo denuncia il quotidiano La Repubblica rilanciando un appello (testo in pdf) firmato da diversi giuristi del lavoro tra cui Tiziano Treu, ex ministro del Lavoro e padre del primo pacchetto sulla flessibilità. Ma anche lui si oppone alla deregulation prevista dall’attuale disegno di legge di riforma del lavoro che sta per giungere all’approvazione finale.

L’arbitrato non tutela la parte debole
Il provvedimento, come dicevamo, non cita espressamente l’articolo 18. Introduce però (all’art. 33, comma 9) una forma di risoluzione delle controversie di lavoro che non passa più esclusivamente dal giudice del lavoro ma viene in gran parte delegata a un collegio arbitrale scelto dalle parti.

Sono previste cioè due possibilità alternative: la via giudiziale o quella arbitrale. Già al momento dell’assunzione, anche in deroga ai contratti collettivi, potrebbe essere stabilito che, in caso di contrasto, le parti si affideranno a un arbitro. Ma si sa che nella stragrande maggioranza dei casi il contratto di lavoro non è frutto di un rapporto “alla pari”, e il lavoratore, in un momento di debolezza contrattuale come quello dell’assunzione, finirebbe per essere costretto ad accettare.

In molti altri tipi di controversie la scelta dell’arbitrato (dove ogni parte sceglie il proprio arbitro e i due arbitri insieme ne nominano un terzo che sarà il presidente del collegio) è una soluzione ottimale. Più rapida ed economica di una causa civile. Ma presuppone una sostanziale parità contrattuale tra le parti. Invece il principio di base – affermato anche dallo Statuto dei lavoratori – è che il rapporto di lavoro è per sua natura sbilanciato e la parte debole (il lavoratore) merita una tutela particolare.

I firmatari dell’appello sostengono che nella maggior parte dei casi si finirebbe per sottrarre “la tutela dei diritti dei lavoratori alla giurisdizione ordinaria, nel cui ambito la specializzazione del giudice del lavoro era stata da sempre considerata un valore primario“.

Un’equità pericolosa
Inoltre la “scelta” dell’arbitrato ha un altro rischio per il lavoratore: gli arbitri infatti decidono “secondo equità“, il che tecnicamente significa che non sono obbligati al rispetto rigoroso delle leggi (quindi neanche dello Statuto) né dei contratti collettivi. Quindi con un ampio margine di discrezionalità personale. (A.D.M.)

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