Airbnb e UBER, Coronavirus colpisce duro: migliaia di licenziamenti

Le due aziende sono costrette a soluzioni draconiane per provare a superare un momento non particolarmente brillante

Fino a qualche mese fa erano sulla cresta dell’onda e, secondo decine di analisti, rappresentavano il nuovo modello organizzativo (ed economico) cui tutte le aziende avrebbero dovuto guardare. La crisi economica causata dal COVID-19, invece, ha mostrato che le aziende della sharing economy non erano poi così solide come si pensava. Anzi, in molti casi si sono dimostrate meno solide di quanto si pensava.

A soffrire, in maniera particolare, sono le imprese attive nel settore del turismo e quelle dei trasporti. Lo dimostrano i casi di Airbnb e Uber, due delle maggiori “rappresentanti” dell’universo della sharing economy e costrette nelle ultime settimane a decisioni piuttosto draconiane. Il gigante degli alloggi “vacanzieri” ha dovuto prima raccogliere 1 miliardo di dollari con un round di finanziamenti non si sa quanto programmato, destinando 250 milioni di dollari agli host e superhost rimasti senza affittuari in questi mesi. La capostipite dei “taxi privati” ha corrisposto un “rimborso” agli autisti rimasti senza clienti perché costretti a casa con sintomi da COVID-19, ma poi ha dovuto annunciare un netto taglio al personale.

Airbnb, taglio di 25% al personale

Con il turismo mondiale bloccato, Airbnb ha visto calare in maniera considerevole il suo giro d’affari. Moltissimi superhost, che avevano acquistato molte abitazioni nella speranza di poter avere un introito “senza lavorare”, si sono trovati improvvisamente senza alcuna fonte di sostentamento. L’azienda ha annunciato di aver stanziato fondi per 250 milioni di euro per sostenerli ma, visto il perdurare del blocco, avranno l’effetto di un placebo o poco più.

Allo stesso tempo, però, l’azienda con sede a San Francisco è stata costretta anche a tagliare il personale. Con un messaggio pubblicato sul proprio sito web – anticipato ovviamente ai dipendenti – il CEO e cofondatore Brian Chesky ha annunciato che 1.900 dipendenti verranno licenziati perché ancora non è dato sapere se il mercato turistico mondiale si riprenderà e se mai tornerà alla normalità.

I licenziamenti avverranno in tutte le sedi sparse per il mondo, anche se non s sa in quali proporzioni. Ai dipendenti statunitensi verranno assicurate 14 settimane di stipendio più una settimana ulteriore per ogni anno che hanno lavorato per l’azienda. Inoltre, a tutti i dipendenti che verranno licenziati sarà garantita l’assicurazione sanitaria per altri 12 mesi.

UBER, 3.700 licenziamenti in arrivo

Situazione simile per UBER. I “taxi privati” sono da molti visti come potenziali vettori di contagio e il numero di persone che decide di viaggiare su un UBER è in continuo calo. L’azienda, per ora solo in California, ha garantito di coprire in parte i mancati guadagni dei “suoi” autisti che hanno accusato sintomi da COVID-19*, ma il continuo calo del volume di affari avrà inevitabili conseguenze anche sull’assetto societario.

L’azienda è costretta, al momento, a un taglio del 13% del personale. Rimarranno a casa ben 3.700 dipendenti ma a molti altri potrebbe toccare la stessa sorte. L’obiettivo, ha detto il CEO Dara Khosrowshahi, è quello di trattenere il maggior numero di persone, ma al momento è difficile fare previsioni.

*in una precedente versione dell’articolo non avevamo specificato questo dettaglio

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