Sofidel, l’eccellenza italiana che scommette su tecnologia e sostenibilità

Lezione anti-crisi (e anti-boria) dal gruppo cartario italiano leader nel mondo. Intervista a Luigi Lazzareschi

Sofidel nasce nel 1966 per iniziativa di Giuseppe Lazzareschi e del suo socio Emi Stefani. Meno di 10 dipendenti e un vecchio stabilimento che produceva sacchetti che si rinnova dando vita a un nuovo prodotto di carta per uso domestico. Siamo nel Comune lucchese di Villa Basilica, in via delle Cartiere. Una cartiera tra tante. Trascorsi 50 anni, oggi è un colosso con oltre 5500 dipendenti, noto in Italia per il marchio Regina, tra i leader mondiali nel settore della carta tissue. E’ la storia di un’eccellenza italiana capace di ribaltare i bollettini della crisi con fatturati che negli ultimi 10 anni sono raddoppiati e saldando la crescita alla responsabilità sociale d’impresa. Una realtà industriale lontano dai riflettori, per un prodotto generalmente collocato sugli ultimi scaffali del supermercato. Ce la racconta in prima persona il suo amministratore delegato, Luigi Lazzareschi, che abbiamo incontrato in occasione delle ‘nozze d’oro’ dell’azienda.  Understatement spontaneo e cadenza toscana.

Qual è stato il fattore che ha permesso all’azienda di smarcarsi dal contesto locale e di fare il salto di qualità e dimensioni? E quando è avvenuto?

Non è possibile identificare un unico, preciso momento in cui abbiamo compiuto un salto qualitativo  e dimensionale. Indicherei piuttosto una serie di fattori che nel tempo ci hanno consentito di crescere. Tra questi sicuramente l’attenzione costante alla tecnologia e alle performance delle nostre macchine e, in seguito, l’internazionalizzazione anche grazie ai precoci rapporti aperti con la Grande Distribuzione Organizzata.  Poi, senz’altro, l’integrazione della sostenibilità come leva strategica di sviluppo competitivo.

Il legame con il territorio è importante anche per una multinazionale? Come si manifesta, vuole farci un esempio?

Per Sofidel il legame con il territorio lucchese è molto forte.  Ancora oggi – presenti in 13 Paesi tra Europa e Stati Uniti – il nostro headquarters è a Porcari (Lucca), al centro di quello che è il distretto cartario più importante al mondo. Se siamo diventati ciò che siamo lo dobbiamo anche a fornitori locali affidabili e di assoluto livello capaci di competere e vincere sui mercati internazionali.  E pure alla grande capacità di lavoro che, più in generale, il nostro territorio sa ancora esprimere. Anche per questo, in occasione del nostro 50° anniversario, abbiamo scelto di ospitare a Lucca il 9 e il 10 giugno una tappa del Festival della Crescita, il cui obiettivo è proprio quello di far emergere la “mappa”di un’Italia che si riconosce e investe in un’idea di crescita positiva, basata su innovazione, sostenibilità, educazione e creatività.

LazzareschiMoody’s ha recentemente tracciato un quadro abbastanza impietoso delle pmi italiane: sono tra le più deboli d’Europa. Secondo lei quali sono i fattori chiave che frenano lo sviluppo dell’impresa in Italia? E cosa si potrebbe migliorare?

Il mio pensiero personale è che dobbiamo sforzarci tutti insieme – aziende e istituzioni – per crescere dimensionalmente: ciò permetterebbe di creare economie di scala e di sfruttare quell’economia dei flussi (delle persone, della conoscenza, delle risorse) che oggi richiede impegni finanziari e aperture internazionali maggiori. Per questo, in tutta onestà, penso che lo slogan “piccolo è bello” sia uno slogan che ormai rischia di essere fuorviante.  Ad oggi il 95% delle realtà imprenditoriali italiane sono microimprese – meno di 10 addetti – e solo lo 0,1% rientra nella categoria delle grandi (più di 250 dipendenti). Mi sembra uno sproporzione macroscopica, che si commenta da sola.  Anche perché, a mio parere, la manifattura italiana di base ha molto da dire all’estero e può essere senz’altro altamente competitiva. Nel nostro caso, ad esempio, fra i fattori che ci hanno spinti a affrontare il mercato americano c’è stata anche la consapevolezza di poter far affidamento su una qualità tecnologica più avanzata rispetto agli attuali standard medi presenti in quel Paese.

Siete presenti in 12 Paesi di due continenti. Spesso si rischia di confondere internazionalizzazione con delocalizzazione. Voi avete ?

Sofidel, sin dalla fine degli anni ’90, ha adottato una strategia volta all’avvicinamento della produzione ai mercati di sbocco. Questo perché la particolare tipologia del nostro prodotto – leggero ma molto voluminoso – comporta un’alta incidenza del costo della logistica sul prezzo finale. Oggi, dopo quasi vent’anni,  possiamo servire tutti i mercati europei direttamente da siti produttivi situati a non più di 350/400km di distanza dai nostri clienti e i nostri quattro principali mercati sono, nell’ordine,  Regno Unito, Italia, Germania e Francia. E’ evidente che si tratta di realtà in cui il costo della manodopera è più elevato rispetto all’Italia e dagli standard ambientali e sociali avanzati. Insomma, non abbiamo certo delocalizzato ma internazionalizzato per essere più competitivi e servire al meglio clienti e consumatori.

Il “tissue” nelle sue diverse applicazioni è un prodotto che ha esaurito la sua carica di innovazione o si può ancora evolvere? Qualche anticipazione su nuovi sviluppi?

Il nostro settore ha certamente ancora margini di evoluzione.  Anche perché il prodotto pur essendo in apparenza “povero” si confronta con una domanda che è segmentata, differente per caratteristiche in ogni singolo paese. Emergono poi bisogni nuovi e più specifici, che vogliamo soddisfare. In questo contesto, come Sofidel, siamo in particolare impegnati a sviluppare prodotti sempre più performanti. Prodotti capaci di offrire standard di igiene e di comfort più elevati, utilizzando quote inferiori di capitale naturale.

Sofidel è stata la prima azienda italiana ad aderire al programma del WWF Climate Savers. Qual è stato il fattore determinante a muovere questa decisione?

Il fattore determinante è stata la focalizzazione sulla sostenibilità come vera e propria leva di business e di sviluppo competitivo. Per dirla con uno slogan, per noi la sostenibilità è “un valore che crea valore”, grazie al quale possiamo pensare a uno sviluppo di lungo periodo capace di generare benefici economici, sociali e ambientali per tutti gli stakeholder. Attraverso l’impegno assunto con WWF, tra il 2009 e il 2015, abbiamo già ridotto le nostre emissioni dirette di CO2 del 17,8% e abbiamo fissato di raggiungere l’obiettivo del meno 23% per il 2020. Inoltre la cellulosa che utilizziamo per i nostri prodotti proveniente al 99,97% da fonti certificate e controllate e siamo molto attenti ad un’altra risorsa fondamentale, quella idrica, con stabilimenti nel cui processo produttivo utilizziamo il 60% e anche meno rispetto alla media delle buone pratiche di settore.

Quali investimenti sono stati fatti in questa direzione?

Le aree di investimento più consistenti hanno riguardato la cogenerazione (la produzione combinata di energia elettrica e vapore usando il metano come combustibile: una tecnologia che ben si adatta al ciclo cartario e che permette un uso più efficiente della risorsa energetica primaria – metano – con conseguente riduzione dell’emissione di CO2 ndr), le fonti rinnovabili  –  fotovoltaico, idroelettrico e centrali a biomasse – e il miglioramento dell’efficienza di impianti e attrezzature con l’esteso utilizzo, ad esempio,  di lampade a LED.

Best practice che coinvolgono anche gli stabilimenti del gruppo all’estero?

Sì, certamente. Il nostro modello di internazionalizzazione nella sua prima fase si è basato su investimenti greenfield che replicavano negli stabilimenti esteri le soluzioni tecnologiche adottate in Italia. Per quanto riguarda invece le acquisizioni, lavoriamo da subito per portare le tecnologie trovate ai nostri standard. Inoltre, sempre per fare un altro esempio, in tutti i nostri impianti di cartiera abbiamo installato una dashboard che monitora i consumi di energia e acqua in tempo reale e il rispetto dei parametri di consumo fissati concorre al raggiungimento dei premi di produzione.

Avete mai pensato di intervenire sull’impatto “ambientale” del trasporto, che nel vostro caso prevede grandi volumi di merce? (Che so, privilegiando le spedizioni su rotaia anziché gomma).

Come dicevo prima, pur rimanendo un’incidenza alta quella dell’autotrasporto, l’avvicinamento della produzione ai mercati ha permesso di limitare insieme all’incidenza dei costi di trasporto anche gli impatti ambientali. Ove possibile usiamo naturalmente anche mezzi alternativi alla gomma, ma questo per limiti infrastrutturali o difficoltà logistiche non è sempre di facile attuazione. In ogni caso, fra i nuovi obiettivi fissati col WWF al 2020 nell’ambito del programma Climate Savers, vi è anche l’abbattimento del 13% delle emissioni indirette derivanti dalle attività di fornitura, fra le quali rientrano quelle legate al trasporto di materia prima e del prodotto finale.

La storia di Sofidel insegna che l’attenzione a certi valori non è un “costo” a carico dell’impresa né una mera strategia di marketing. Dovesse convincere di questa tesi un imprenditore più scettico, cosa gli direbbe?

Gli direi che la sostenibilità rappresenta una preziosa opportunità per incrementare il valore aggiunto lungo tutta la catena di creazione del valore. Per tutti gli stakekolder: dagli azionisti, ai clienti; dalle persone attive in azienda, ai consumatori, alle comunità. In Sofidel riteniamo infatti che la responsabilità sociale d’impresa rappresenti nel medio-lungo termine un investimento capace di garantire numerosi vantaggi: ridurre i costi, facilitare l’attrazione di lavoratori qualificati, anticipare normative più rigorose, rendere più agevole l’accesso ai capitali… Per questo, per quanto ci riguarda, abbiamo esteso e reso pubblico un vero e proprio Decalogo che dichiara apertamente i dieci principali benefici attesi da questo nostro impegno.  Un scelta anche di trasparenza e di chiarezza.

Ci vuol dire cosa ama fare l’imprenditore Lazzareschi nel tempo libero, quando è lontano dalla sua azienda?

Premesso che il mio lavoro ad oggi continua fortunatamente ad appassionarmi molto, nei rari ritagli di tempo mi piace giocare a golf.

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