Corrado Passera, I miei ingredienti anti crisi (e anti Renzi). Intervista

"Con interessi a zero, il cambio a 1 col dollaro e il petrolio a 50 dollari noi dovremmo crescere al 3 per cento". Perché ciò non accade, secondo l'ex ministro allo Sviluppo

Un passato da “postino”, banchiere, supermanager, ministro. Oggi leader di Italia Unica e candidato a sindaco a Milano. QuiFinanza lo ha incontrato per scoprire i perché e i percome di una sfida difficile…

passera_1217Cosa l’ha spinto a misurarsi direttamente nell’agone politico con Italia Unica?
«Sono convinto – e lo dico da anni – che l’Italia possa essere molto di più: può creare più occupazione, svolgere un ruolo chiave nella globalizzazione, migliorare la qualità della vita dei suoi cittadini. Poiché questo non sta accadendo e poiché ho sempre cercato di fare la mia parte come “postino”, bancario, ministro, industriale, nel terzo settore… voglio rendere disponibile la mia convinzione, insieme alle competenze e all’esperienza, perché vedo l’Italia declinare quando invece potrebbe crescere. So di poter aggregare un soggetto politico estremamente convincente: negli ultimi anni ho sperato che altri lo facessero – Monti tra questi – ma sono sempre mancati coraggio e ambizione: così ho deciso di mettermi in gioco direttamente».

Non teme che le politiche riformiste del governo Renzi possano togliere spazio politico a una controparte moderata?
«Purtroppo per l’Italia Renzi rappresenta la vecchissima politica. Una delusione anche per me. Basta guardare a quello che sta facendo: siamo un Paese che non investe, aumenta le tasse a dismisura (nel 2019 avremo 100 miliardi di entrate fiscali più di oggi), attua riforme che affrontano solo la superficie dei problemi, distribuisce soldi a pioggia, fa assunzioni ope legis. Non solo non mi preoccupa ma voglio dimostrare che in Italia c’è una politica non populista, seria, competente, rigorosa che entusiasmi intorno a una visione positiva del Paese».

Qual è il suo giudizio sulla Legge di stabilità presentata dal Governo?
«Purtroppo si continua con la politica di comprare consenso a breve termine: l’anno scorso gli 80 Euro, ma non ai veri poveri, quest’anno l’eliminazione di Imu/Tasi ma non soltanto a chi ha problemi a pagarla. Così i Comuni avranno ancora più difficoltà e dovranno ridurre i servizi ai cittadini. Stessa cosa per i tagli alla Sanità: invece di introdurre finalmente i costi standard, premiare le Regioni virtuose e mettere in riga quelle meno efficienti, si taglia di fatto a tutti. Quello che più colpisce di questa finanziaria è la mancanza di investimenti e l’assenza di impegno per il Sud».

Non salva neanche il Jobs act, la riforma del mercato del lavoro?
«Il Jobs act è un’enorme distribuzione di soldi per sostituire i contratti esistenti, non è legato alla nuova occupazione, non aiuta l’apprendistato dei giovani, non aiuta le aziende perché non è legato alla produttività. E’ importante costruire il futuro con investimenti, alleggerire il peso fiscale creando lavoro, dare stimolo all’economia senza far saltare i conti, fare riforme vere (la riforma della scuola è una non riforma: dobbiamo pensare ai cicli, alle materie, al metodo di studio, all’orientamento, alla meritocrazia interna). Alla fine diamo a persone che hanno sostituito il contratto della cassiera. I soldi per pagare quegli incentivi non ci sono. Rischiamo di veder aumentati i contributi sociali delle aziende che non hanno i contratti farlocchi perché hanno tutti dipendenti in regola, che non ne possono approfittare e che devono pagare per gli altri. Con 20 miliardi di incentivi (che non abbiamo), tra contratti di apprendistato per i giovani e contratti di produttività per le aziende che esportano avremmo potuto veramente cambiare in meglio il mercato del lavoro. La “truffa” intellettuale è poi quella di dire che l’enorme impegno finanziario servirà a garantire la stabilizzazione dei contratti: la stragrande maggioranza dei nuovi contratti a tutele crescenti sono realizzati da imprese sotto i 15 dipendenti, che possono licenziare».

Su quali  leve intervenire allora, per rimettere in moto il Paese?
«Occorre dare un enorme stimolo all’economia, perché il nostro Paese ha smesso di crescere da vent’anni. Le nostre proposte? Che si paghino i debiti commerciali scaduti della pubblica amministrazione (pari 100 miliardi); che si usino i fondi strutturali per fare 100 miliardi di investimenti pubblici e incentivare fiscalmente anche gli investimenti privati smettendola di distribuire soldi a pioggia; premiamo le aziende che investono, che assumono. Valorizziamo il Terzo Settore – pilastro fondamentale dell’economia dei prossimi decenni -: la riforma che sta venendo fuori è ridicola: non c’è estensione dei settori, rafforzamento dell’impresa sociale, strumentazione per accogliere capitale, non c’è visione innovativa: prevale ancora la tendenza a favorire lo Stato gestore rispetto al non-profit, altro che sussidiarietà! E poi bisogna semplificare sul serio. L’Italia è paralizzata da infiniti livelli politici e parapolitici con responsabilità non chiare e sovrapposte. Tra i cittadini e le imprese da una parte e lo Stato dall’altro ci dovrebbero essere solo due livelli: il Comune e un secondo livello non troppo piccolo né troppo grande: secondo i casi la Città Metropolitana, alcune grandi Province storiche o Regioni non eccessivamente grandi. Tutte le migliaia di altre entità dovrebbero confluire in quei soli due livelli».

Senza copertura finanziaria, è difficile realizzare investimenti e incentivi…
«Cominciamo ad usare bene i soldi che abbiamo come ad esempio i Fondi strutturali europei. La riduzione delle tasse può venire solo da una riduzione strutturale della spesa corrente ma anche quest’anno nella Legge di Stabilità tutti obbiettivi sono stati mancati. Abbiamo da anni una legge sui costi standard della Sanità e non viene applicata, abbiamo 35mila centri d’acquisto mentre ne basterebbero 35 – e poi ci lamentiamo della corruzione, che non si combatte aumentando le pene: bisogna rendere i bilanci trasparenti, confrontabili, certificati. Occorre un’anagrafe delle forniture dei consulenti, premiare chi aiuta la magistratura nelle cause di corruzione. Ed eliminare quasi tutte le 10.000 partecipate pubbliche dove si annidano il clientelismo e la corruzione. Siamo rovinati dai populismi di varia natura in cui si illude la gente che cambiando l’intonaco di una parete si risanano le fondamenta di un edificio».

Ma giungono anche segnali positivi, la Banca d’Italia ha recentemente annunciato la riduzione del debito di 4,5 miliardi. O non è tutto oro quel che luccica?
«Fortunatamente grazie a Draghi abbiamo un minimo di crescita. Ci mancherebbe altro! Ma bisogna vedere i dati su un periodo più ampio e occorre chiedersi come sia stato raggiunto questo risultato: se lei prende investimento del primo trimestre – 9% per cento. Se il recupero del debito pubblico viene fatto tagliando gli investimenti e non pagando i fornitori non sono contento. Con interessi a zero, il cambio a 1 col dollaro e il petrolio a 50 dollari noi dovremmo crescere al 3 per cento! Se togliamo l’1% che ci porta Draghi dallo 0,7 o 0,9 che sia, siamo ancora in recessione (unico Paese d’Europa). Prendiamo la Nota di Aggiornamento del Def 2015 – fa tremare -, c’è scritto che l’effetto complessivo di tutte le riforme sulla crescita è lo 0,1%».

Le pensioni sono un tema molto discusso. Oggi si parla di flessibilità in uscita, cosa pensa della proposta?
«Le pensioni sono state rese sostenibili. Sono stati chiesti dei sacrifici, ma oggi il sistema pensionistico italiano è stato messo in sostenibilità. Se adesso ricominciamo con l’imbroglio delle pensioni anticipate, questo sistema salta. Anche in questo campo serve un’operazione verità. Il nostro sistema si basa sull’equilibrio tra i contributi pensionistici del lavoro e le pensioni da pagare per chi non lavora più. Oggi questo difficile equilibrio è stato raggiunto. Se cominciamo ad aprire le porte a dei pre-pensionamenti (perché di questo si tratta) noi non solo non abbiamo i soldi (quindi fiscalità pubblica, deficit, debito…) ma penalizziamo ulteriormente i giovani di oggi. Non si può illudere la gente».

Quali misure metterebbe in campo per contrastare la povertà?
«Per ridurre veramente la povertà i 10 miliardi degli 80 euro dati a pioggia anche a chi non ne aveva un bisogno assoluto andrebbero orientati per aiutare le famiglie soprattutto con figli, sotto un certo reddito. Attenzione invece a parlare di reddito di cittadinanza: una cosa è organizzare meglio i sussidi di disoccupazione e incentivare i nuovi posti di lavoro, cosa ben diversa è assicurare uno stipendio pubblico a tutti. Non ci sono le risorse ma non sarebbe nemmeno giusto. Populisti vari oggi promettono di tutto».

E’ candidato sindaco a Milano. Quali priorità mette in agenda?
«Lavoro e famiglia. Famiglia vuol dire innanzitutto bambini che abbiano scuole e asili a tempo pieno, attenzioni per gli anziani e tutti coloro che rimangono soli. Cominciamo a individuare cosa occorre ai bambini e agli anziani. Da qui si soddisfano di fatto dei bisogni trasversali e diffusissimi, come ad esempio la disponibilità di alloggi popolari a prezzi accessibili.
A Milano ci sono tutti gli ingredienti giusti (ricerca, università, industria innovativa, sanità di eccellenza) per cominciare a creare posti di lavoro, ma serve un programma serio di medio periodo.»

Dove trovare gli investimenti?
«In diversi modi. Ad esempio incentivando il privato, utilizzando i fondi europei, cedendo quote di patrimonio pubblico non prioritario. Lo hanno fatto in tutto il mondo perché non dovremmo farlo noi? Non esiste un’azione unica, ma un sistema da mettere in moto. Consideriamo che in tutto il mondo le iniziative vitali nascono spesso da interventi privati, il pubblico non deve farsi carico di tutto. Lo Stato può fare tanto – incentivare, facilitare, semplificare, sostituire il suo patrimonio con investimenti – ma occorre mobilitare l’iniziativa privata. Basti pensare che dopo 7 anni arriviamo alla chiusura dell’Expo e non sappiamo ancora cosa ci sarà dopo. Mentre il post Expo potrebbe essere una opportunità straordinaria».

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