Andrea Illy, dal chicco di caffè alla crescita felice

La storia, Trieste, i valori, la finanza, la politica, l'arte, le energie rinnovabili... Una tazzina di parole con signor illycaffè

INTERVISTA. Giunti alla terza generazione, gli eredi di Francesco Illy si occupano ancora dell’impresa di famiglia. Andrea fa il suo ingresso nell’azienda allora guidata dal fratello maggiore, Riccardo, nel 1990. Oggi amministratore delegato e presidente, mentre il primogenito affianca alla carica di vicepresidente l’attività politica. Impresa, territorio, qualità. Abbiamo chiesto ad Andrea Illy di raccontarci il suo caffè, una storia che come tutti i racconti più belli, comincia con un viaggio.

La grande sfida di famiglia comincia quando nel 1933, Francesco Illy, suo nonno, fondò la illycaffè e inventò la prima macchina da caffè automatica. Oggi illy è presente in oltre 140 paesi, 100.000 esercizi pubblici. Quali sono stati gli elementi chiave di questa trasformazione

Si è trattato di un’evoluzione, dove però l’idea originale ha mantenuto una sua coerenza nel tempo e nello spazio. Abbiamo creduto nelle stesse value proposition per oltre 80 anni, cercando di migliorare. L’azienda è nata con il sogno di un uomo che si è innamorato del caffè nel suo viaggio dall’Ungheria verso Trieste, facendo tappa a Vienna, allora una delle grandi capitali del caffè. Fonda la illycaffé con idee innovative e l’intenzione di offrire il miglior prodotto possibile. La struttura e l’organizzazione dell’azienda col tempo sono cresciute, ma la mission è rimasta la stessa: offrire il miglior caffè che la natura possa dare, esaltato dalla migliore tecnologia e dalla bellezza.

Quanto è stato ed è importante il legame con il territorio per la vostra esperienza industriale?
Riassumo in tre elementi i grandi benefici che derivano dal nostro territorio. Primo. Trieste era già una capitale del caffè all’epoca, una città in cui la cultura italiana del caffè come elisir, dell’espresso consumato in piedi si incontrava con la cultura austriaca, complementare alla prima, che voleva una bevanda calda servita al tavolo. Trieste anche in questo caso si pone come crocevia di culture che hanno conquistato il mondo: il caffè “lungo” che viene fatto proprio dalla tradizione anglosassone e l’espresso italiano, grande successo a livello internazionale. Secondo. Trieste è da sempre una città cosmopolita. Un imprenditore che decideva di avviare un’impresa internazionale trovava qui un terreno fertile: ogni porto ha nel suo dna lo spirito d’avventura, la sfida. Terzo. Trieste è la città della conoscenza. Soprattutto negli ultimi decenni si è affermata come città scientifica, con istituzioni tra le più importanti a livello mondiale (ci sono il Centro di fisica teorica, la Scuola italiana di studi scientifici avanzati, il Parco scientifico e tecnologico più grande d’Italia) e vanta una concentrazione di ricercatori pari a sei volte la media europea. Tutto ciò ha giovato alla vocazione scientifico tecnologica dell’azienda. A questo aggiungo la qualità della vita e la bellezza naturale dal Carso triestino che la sovrasta.

Il caffè è un prodotto con grosse variazioni qualitative e cresce in contesti di fragile sostenibilità. Come salvaguardate la filiera?
Ne abbiamo costruita una nostra. Per tenere fede ai nostri standard qualitativi abbiamo creato una catena di approvvigionamento diretta. illycaffè persegue l’eccellenza della propria qualità presidiando gli aspetti fondamentali, dalla pianta alla tazzina. A cominciare dalla selezione dei migliori semi dalle migliori varietà (siamo stati i primi a fare 100% arabica), unitamente alle pratiche agronomiche più idonee a esaltare la qualità dell’arabica. Scegliamo le nicchie ecologiche più favorevoli nei paradisi del caffè, dove si avvia un importante partenariato con i produttori locali per elevare le pratiche agronomiche agli standard “illy”. Le attenzioni coinvolgono anche le condizioni di lavoro o ambientali: se ci accorgiamo ci sono dei produttori che non applicano gli standard previsti, noi non compriamo.

Voi stessi definite gli standard della produzione, ma chi garantisce la loro applicazione?
L’azienda ha una policy chiarissima: è una stakeholder company. Gli stakeholder sono i portatori di interesse, sono non meno di sei soggetti: il consumatore, vero ‘padrone’ dell’azienda; il cliente nostro partner nell’offrire il prodotto al consumatore; i talenti, che curano i due primi e contribuiscono a creare il prodotto di eccellenza; i fornitori senza i quali non avremmo il prodotto eccellente; le collettività, ovvero i bacini di talenti da cui attingere; l’azionista che è a sostegno dell’impresa. Per tutta questa lista di stakeholder si persegue una tripla sostenibilità: economica, attraverso la politica del valore condiviso: bisogna creare valore dall’impresa e dev’essere equamente ripartito tra tutti i portatori di interesse; sociale, attraverso la politica della crescita e dello sviluppo personale, soprattutto la conoscenza e la crescita sociale delle persone; ambientale, che si traduce in ‘non inquinare, non sprecare e utilizzare risorse rinnovabili’. Sulla base di questri principi lavoriamo insieme ai nostri partner e quando si è trattato di certificare questo processo ci siamo rivolti al leader delle certificazioni mondiali DNV (Det Norske Veritias). Dopo due anni di lavoro è stato creato un protocollo “responsible supply chain” che ha reso illy la prima azienda certificata, dalla pianta alla tazzina, abbracciando tutti i portatori di interesse e certificando la sostenibilità economica, sociale e ambientale. Vi sono oltre 70 indicatori di performance, l’azienda è monitorata capillarmente.

illycaffè ha fatturato lo scorso anno 391 milioni di euro. Ma l’azienda non è quotata in Borsa. Come mai?
Abbiamo una strategia a crescita organica interna, che ci permette di crescere autofinanziandoci grazie al cashflow. Non abbiamo una preclusione ideologica a priori nei confronti della Borsa. Investiamo internamente e nelle attività diversificate della holding di famiglia. Un giorno, se necessario, saremo pronti a considerare l’apertura a soci esterni.

Secondo lei, quali sono i fattori che più pesano sullo sviluppo dell’impresa italiana?
L’Italia ha un vantaggio competitivo “endogeno” legato al concetto del bello, del buono del ben fatto. Il nostro Paese vanta il primato del più alto numero di settori industriali presenti nella fascia di alta gamma: moda, design, gioielleria, nautica, alimentare, velocità, ospitalità… Un’attitudine che deriva sia dalla vena creativa, alimentata dall’incommensurabile patrimonio di bellezze del nostro paese, sia dalla cultura manifatturiera di mestieri tramandati da generazioni. Queste sono tutt’oggi le armi di rilancio del Paese, ma veniamo ai freni. Alla scarsa competitività contribuiscono diversi fattori: fragile certezza del diritto, scarsa fiducia interpersonale, investimenti per la ricerca e sviluppo non adeguati, produttività che non cresce abbastanza, costo del lavoro alto, carico fiscale alto, burocrazia farraginosa, tempi della giustizia troppo lunghi. Necessitiamo di un piano di riforme a lungo periodo, che questo governo sta portando avanti con caparbietà, successo e va incoraggiato.

Cosa pensa del Jobs act l’imprenditore di un’azienda con oltre mille dipendenti?
Si tratta di una delle prime importanti riforme che vanno nella giusta direzione. Tant’è che il mercato ha risposto positivamente e sono ripartite le assunzioni. Forse non tutti i numeri fanno riferimento a nuovi assunti, ma comunque poter trasformare dei precari a lavoratori a tempo indeterminato è già un dato positivo.

Nel 1992, con la prima tazzina d’autore affidata a Matteo Thun si sigla il rapporto con l’arte.  Cosa c’è oltre il marketing?
Sono principalmente due le ragioni che ci legano all’arte. La prima è di natura esperienziale: la bellezza esalta il caffè ed è ciò che cerchiamo nell’arte. Comunicare la bontà attraverso la bellezza contribuisce aggiunge il coinvolgimento della vista nella degustazione del prodotto, che si aggiunge ai sensi del gusto e dell’olfatto, rendendo l’esperienza davvero sinestetica.  La seconda coinvolge la comunicazione: siamo antropologicamente abituati a valutare la qualità di una forma secondo determinati canoni estetici (come la sezione aurea, la simmetria) e nella comunicazione il caffè è legato al piacere che si trae dall’ispirazione intellettuale (grazie anche allo stimolo che offre la caffeina). Il caffè è la bevanda della cultura e l’arte è cultura.

Valorizzare il caffè al di fuori dalla tazzina richiede anche interventi estesi a più attori, lungo tutta la filiera. Vi sono strategie in atto?
Certamente. L’International Coffee Organization, la principale organizzazione intergovernativa per il caffè, sta sviluppando dei programmi per estendere la conoscenza del caffè, valorizzando l’importanza di un approccio sostenibile. Contemporaneamente occorre sostenere i Paesi produttori attraverso la formazione dei coltivatori e collaborando con istituzioni e organizzazioni non governative legate all’agricoltura.  Ne perleremo al Global Coffee Forum, un evento di rilevanza mondiale che si svolgerà tra pochi giorni a Milano, dal 30 settembre e al 1° ottobre, giornata che sarà proclamata “International Coffee Day” e celebrata a Expo.

Il suo nome figura tra gli ambasciatori del Festival della crescita (felice).*  Qual è la sua visione di crescita?
Viviamo un periodo minacciato dall’insostenibilità: vi è un problema di crescita economica, di insostenibilità sociale (basti pensare alle intolleranze di tipo religioso, razziale, alle discriminazioni), di sostenibilità ambientale a rischio. Solo con una crescita della civiltà e delle tecnologie si può perseguire un risultato. Nell’arco di un secolo il numero di individui sulla terra si è moltiplicato per sette. La caccia alle risorse ha fatto convergere gli interessi prima di tutto sui combustibili fossili, in grado di garantire energia ‘facile’. Si sono rivelati eccellenti, l’energia ha portato l’esplosione demografica unita all’aumento delle aspettative di vita,  ma hanno danneggiato l’ambiente. Oggi mi aspetto un cambiamento di tecnologia verso l’energia pulita, che risolverebbe il problema ambientale, ma non solo. Se questi investimenti rivolti alle rinnovabili saranno fatti correttamente daranno avvio a uno sviluppo economico straordinario, una leva per uscire dalla crisi, aumentare la produttività e ripagare i debiti pubblici. Anche un paese come l’Africa, con il fotovoltaico, ad esempio, potrà trarre enormi vantaggi: fare un salto tecnologico passando direttamente alle tecnologie di ultima generazione, dimenticando le grandi reti elettriche o telefoniche. Questa è la mia vision per una crescita felice, un pensiero che coinvolge il mio lato ‘sognatore’.

Il piatto più buono prima di una tazzina di caffè?
I migliori prodotti complementari sono i prodotti da forno, perché hanno un po’ la stessa base aromatica. Ma a me il caffè piace da solo, preferisco gustarlo senza l’intromissione di altri sapori.

*in programma a Milano dal 15 al 18 Ottobre 2015.

Andrea Illy, dal chicco di caffè alla crescita felice