Due farmaci contro l’artrite nuova grande speranza contro il Covid: la scoperta

Una nuova speranza contro il Coronavirus nelle sue forme più gravi potrebbe arrivare da ben due farmaci anti-artrite: il Tocilizumab e il Sarilumab

Sebbene le aziende farmaceutiche abbiano testato una serie di trattamenti esistenti contro il Covid-19, pochi si sono dimostrati davvero utili nella fase avanzata della malattia. Il più grande successo finora è stato raggiunto dal desametasone, uno steroide che si è rivelato in grado di ridurre il rischio di morte di un terzo per i pazienti in ventilazione.

Una nuova speranza contro il Coronavirus nelle sue forme più gravi potrebbe arrivare però adesso da ben due farmaci anti-artrite.

Cosa sappiamo di Tocilizumab e Sarilumab

Il Regno Unito ha iniziato ad utilizzare un farmaco contro l’artrite del colosso farmaceutico svizzero Roche, Actemra, più comunemente conosciuto come Tocilizumab, per trattare i pazienti con Covid-19 in condizioni critiche, dopo che uno studio ha dimostrato che questo medicinale è stato in grado di ridurre la mortalità e abbreviato i tempi di recupero in terapia intensiva.

Un altro farmaco contro l’artrite, il Sarilumab, sembra fare lo stesso, non solo salvando vite ma riducendo il tempo che i pazienti trascorrono in terapia intensiva.

Sia Tocilizumab che Sarilumab sono i cosiddetti antagonisti del recettore IL-6, che smorzano l’effetto delle proteine ​​che possono causare una reazione eccessiva del sistema immunitario. Forma gravi di Covid sono spesso associate a livelli pericolosi di infiammazione nel corpo.

Proprio mentre sta affrontando una durissima terza ondata, più preoccupante e spietata delle precedenti proprio per via della variante inglese più contagiosa, anche tra i bambini, la Gran Bretagna ha già avviato l’uso di Tocilizumab/Actemra in tutto il Paese e il governo di Boris Johnson ha già fatto sapere di aver avviato tutti i passaggi necessari con Roche per garantire che il farmaco sia disponibile per i pazienti del Regno Unito.

Gli studi clinici

Lo studio “REMAP-CAP” ha arruolato più di 3.900 pazienti, la maggior parte dei quali nel Regno Unito. Actemra è stato somministrato a 350 pazienti, mentre 45 pazienti hanno ricevuto un altro farmaco, Kevzara.

Il gruppo di ricerca dell’Imperial College di Londra che ha condotto la ricerca ha spiegato che “solo” il 27% dei pazienti critici che hanno ricevuto Actemra o un trattamento simile da Sanofi e Regeneron Pharmaceuticals è morto in ospedale, rispetto a circa il 36% di coloro che non li hanno ricevuti. Non solo: i pazienti trattati con questi farmaci sono stati dimessi dall’ospedale mediamente una settimana prima degli altri.

I ricercatori hanno monitorato i progressi dei pazienti per almeno 21 giorni anche in altre parti del mondo. I risultati di 792 pazienti in sei paesi rivelano che Tocilizumab e Sarilumab hanno ridotto il rischio di morte.

Mentre la mortalità ospedaliera era del 35,8% per i pazienti trattati con cure standard, era del 28% per Tocilizumab e del 22,2% per Sarilumab. La combinazione dei risultati per i due farmaci ha dato una mortalità ospedaliera del 27,3%, un calo di 8,5 punti percentuali nel rischio assoluto di morte, o una riduzione relativa del 24%, rispetto al gruppo che aveva cure standard.

Il team ha anche scoperto che quelli a cui è stato somministrato Tocilizumab o Sarilumab si sono ripresi più rapidamente, lasciando la terapia intensiva circa 7-10 giorni prima rispetto a quelli che avevano ricevuto cure standard.

Cosa ancora non si sa

In studi precedenti, Tocilizumab/Actemra aveva permesso di ridurre la necessità di ventilare i pazienti e sembrava accelerare le loro dimissioni dall’ospedale. Eppure, sorprendentemente, il farmaco non sembrava aiutare a ridurre i decessi. Gli studi precedenti avevano arruolato persone che erano meno malate però.

Già a settembre scorso, Roche, in collaborazione con il colosso giapponese Chugai Pharmaceutical, aveva dimostrato in uno studio clinico che il Tocilizumab, venduto come Actemra o RoActemra, può ridurre la necessità di ventilazione meccanica nei pazienti Covid.

Ricordiamo anche che a inizio pandemia, a marzo 2020, Roche si era detta disposta a cedere gratuitamente il Tocilizumab, già usato in via sperimentale in Cina, ma poi a quanto si apprende l’intento è rimasto lettera morta.

I nuovi risultati potrebbero avere “implicazioni immediate per i pazienti più malati con Covid-19”, ha detto in una dichiarazione Anthony Gordon, responsabile di Anestesia e Terapia intensiva presso l’Imperial College. “Questo spiega perché è importante condurre ampi studi randomizzati controllati e che le prove in tutti gli studi vengano prese in considerazione quando si prendono decisioni terapeutiche per diversi gruppi di pazienti”.

I nuovi risultati “hanno iniettato quel pizzico di ottimismo di cui tutti abbiamo bisogno” per continuare a provare anche con i medicinali contro l’artrite, ha detto in una dichiarazione Martin Landray, professore di Medicina ed Epidemiologia all’Università di Oxford. Landray sta conducendo un altro ampio studio, chiamato “Recovery”, che ha contribuito a individuare i benefici del desametasone e ora sta esaminando anche Actemra.

Dopo un test con l’altro farmaco, Kevzara, fallito a settembre, Sanofi e Regeneron avevano detto che non avrebbero proseguito ulteriormente il trattamento per l’uso in Covid-19. Roche invece ha già fatto sapere che continuerà i suoi studi su Actemra.

Sono comunque necessari studi più ampi per valutare se il Tocilizumab può ridurre davvero in modo sistematico i tassi di mortalità tra i pazienti Covid più malati. “Non abbiamo prove sufficienti per sapere, prima di tutto, in modo convincente se il trattamento funziona o meno”, ha spiegato Landray. “Vale la pena aspettare alcune settimane prima di prendere decisioni definitive su quale sia esattamente il ruolo di questo farmaco”.

Lo studio brasiliano in contraddizione

Tocilizumab/Actemra non aiuterebbe ad esempio tutti i pazienti affetti da Covid-19, e potrebbe persino peggiorare la situazione di alcuni. Ad affermarlo sono stati i ricercatori brasiliani nel loro studio fatto su questo medicinale la scorsa estate, che sembrerebbe contraddire i nuovi risultati inglesi.

Nello studio brasiliano l’aggiunta di Actemra al trattamento standard anti-Coronavirus non solo non ha migliorato i risultati, ma potrebbe aver portato a più morti, secondo i risultati pubblicati, in ritardo, sul British Medical Journal.

I medici dello studio in Brasile hanno somministrato Actemra più cure standard a 65 pazienti in nove ospedali lo scorso maggio, giugno e luglio, confrontando i loro risultati con quelli di 64 persone che hanno ricevuto solo cure standard.

Il team si è concentrato su pazienti molto malati che mostravano forti segni di infiammazione, sperando che questo farmaco contro l’artrite potesse alleviare la risposta infiammatoria, ha spiegato Joao Prats, ricercatore e consulente in malattie infettive presso BP, uno dei più grandi ospedali di San Paolo e coautore dello studio.

I risultati della ricerca brasiliana contraddicono i risultati degli studi britannico e giapponese. Tra i 129 pazienti nello studio brasiliano che hanno ricevuto Tocilizumab più cure standard o cure standard e basta, i risultati clinici dopo 15 giorni non erano migliori in coloro che hanno ricevuto il farmaco.

Lo studio era stato interrotto a causa di problemi di sicurezza dopo che i dati preliminari avevano mostrato che i decessi nel gruppo Tocilizumab erano più alti. Ma in entrambi i gruppi i decessi sono stati attribuiti a insufficienza respiratoria acuta correlata a Covid-19 o disfunzione di più organi.

Lo studio brasiliano però è stato considerato troppo piccolo dalla comunità scientifica per essere definitivo, anche se evidenzia i dubbi sull’uso del medicinale. “Non abbiamo ancora trovato la popolazione che potrebbe beneficiare del farmaco”, ha detto Prats. Potrebbe essere necessario combinare il farmaco con qualcos’altro o concentrarsi su gruppi di pazienti più strettamente definiti”.

Un altro problema è che Tocilizumab e Sarilumab sono molto più costosi del desametasone: costano dalle 750 sterline (844 euro circa) alle 1.000 (1.125 euro) per paziente, rispetto alle 5 (5,70 euro) del desametasone.

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