Coronavirus, come è mutato: cosa dicono gli ultimi studi

Dall'analisi di 150mila genomi le ultime ricerche hanno potuto tracciare il sempre meglio le caratteristiche del coronavirus

Negli ultimi mesi gli interrogativi sulle mutazioni del Sars-Cov-2 sono stati spesso accompagnati dalla preoccupazione che il coronavirus potesse diventare più letale, oppure dalle speranze che potesse attenuare la sua aggressività. Di certo c’è che il coronavirus è mutato, più volte, come accade per tutti gli agenti virali.

Coronavirus, come è mutato: le risposte degli studi

Dall’analisi su 150mila genomi effettuati negli ultimi studi in materia, sono arrivate le risposte più stringenti sulla natura del coronavirus.

Innanzitutto, ad oggi sono stati individuati sei diversi sottogruppi derivati dal ceppo originario apparso nella città di Wuhan probabilmente già a dicembre del 2019.

Antonino Di Caro, direttore del laboratorio di microbiologia dell’Istituto Lazzaro Spallanzani, sostiene che un sottogruppo virale diverso da quello primordiale circolava già ad aprile e da allora si è diffuso in tutta Europa.

Le ricerche hanno stabilito come il Sars CoV-2 muti dalle 5 alle 10 volte meno rispetto ai virus dell’influenza e dell’epatite C grazie al cosiddetto “sistema di riparo” specifico del suo genoma capace di correggere gli errori che avvengono durante il processo di replicazione.

Coronavirus, come è mutato: la variante principale

Come rivelato da uno studio dell’Università del Wisconsin-Madison sulla mutazione in vitro e su modelli animali, finora una sola variante ha portato vantaggio al virus sul piano della capacità di trasmissione tra gli uomini: la D614G. Una mutazione che ne ha favorito la velocità di diffusione, ma che non ha reso il coronavirus più letale o più dannoso per la salute dell’uomo.

Una delle variazioni che ha preoccupato di più nelle ultime settimane è stata quella rilevata nei visoni in Europa. In un allevamento in Danimarca si sono avuti 12 casi di infezione non grave in operatori del settore che sono stati contagiati da ceppi trasmessi dagli animali, a loro volta contagiati dall’uomo.

Il ministero della Sanità danese ha annunciato che la variante, denominata cluster 5, non è più in circolazione. In un articolo pubblicato su Nature il 13 novembre ricercatori di Oxford hanno concluso che le mutazioni dei visoni non sono particolarmente preoccupanti e che non compromettono l’effetto dei vaccini.

“Il suo comportamento ci fa pensare che il coronavirus intende permanere nella specie umana e di non voler estinguersi. Sta continuando il suo percorso di adattamento e tutto fa pensare che voglia trovare una forma di convivenza con noi”, ha affermato in una recente intervista Giorgio Palù, emerito di virologia all’università di Padova, appena nominato presidente dell’agenzia italiana del farmaco, Aifa.

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