Coronavirus, l’accordo sul vaccino di Oxford che escluderebbe i poveri

Perché i paesi più poveri potrebbero essere esclusi dal vaccino anti-Covid di Oxford

I paesi più poveri potrebbero non ricevere in futuro il vaccino anti-Covid sperimentato ad Oxford, questo a causa degli accordi che il colosso farmaceutico AztraZeneca ha preso con l’Università. Stando a quanto denunciato da alcuni attivisti inglesi, infatti, ci sarebbe una falla nell’accordo no profit firmato dai due enti che potrebbe aprire la strada a questa eventualità.

La denuncia

Luigi Ceccaroni, volontario per i test sul vaccino contro il Coronavirus, ha richiesto in queste ore che venissero resi pubblici i dettagli dell’accordo di distribuzione del trattamento anti-Covid firmato dall’Università di Oxford e AztraZeneca. Alla base di questa rivendicazione una preoccupazione: capire se e come l’azienda voglia trarre profitto dal vaccino una volta che l’emergenza sarà finita.

In una lettera aperta indirizzata al capo esecutivo di AstraZeneca Pascal Soriot e al professore Adrian Hill dell’Università di Oxford, Ceccaroni ha spiegato che ci deve essere maggiore trasparenza sull’accordo Oxford-AstraZeneca, poiché è necessario che venga garantito fin da subito “libero accesso globale” al vaccino. “Il risultato di un progetto finanziato con fondi pubblici dovrebbe essere aperto e gratuito per tutti”, ha dichiarato lo stesso a HuffPost UK.

Le stesse preoccupazioni di Ceccaroni sono state avanzate dal ministro inglese per la scienza e la ricerca Chi Onwurah e dall’associazione Global Justice Now.

L’accordo

Ad aprile, l’Università di Oxford – che ha ricevuto decine di milioni di finanziamenti pubblici per portare avanti la ricerca sul vaccino contro il Coronavirus – ha annunciato una “partnership storica” con AstraZeneca. L’accordo tra le due parti prevedeva di “sviluppare, produrre e distribuire il vaccino in caso di successo, promettendo di operare senza fini di lucro durante la pandemia“.

Questa settimana i primi risultati dei test sono stati ottimi: il vaccino potrebbe essere disponibile prima del previsto, poiché nella fase iniziale di sperimentazione gli studi effettuati e pubblicati su The Lancet dimostrano che il trattamento è “sicuro, causa pochi effetti collaterali e induce forti risposte immunitarie”.

Cosa succederà una volta che la pandemia sarà finita?

Come ha sottolineato Ceccaroni nella sua lettera, tuttavia, “AstraZeneca ha dichiarato che produrrà il vaccino senza perseguire scopri di lucro durante la pandemia”, lasciando quindi alla società la possibilità di agire in maniera indipendente una volta che l’emergenza sanitaria sarà rientrata.

Questa “mancanza di trasparenza”, secondo Ceccaroni, permetterebbe all’azienda di muoversi liberamente per trarre profitto da questo vaccino una volta che l’Organizzazione mondiale della sanità dichiarerà la fine pandemia. In molte altre parti del mondo, però, potrebbe ancora esserci la necessità di un vaccino. Per questo bisogna chiarire fin da subito come il colosso farmaceutico ha intenzione di comportarsi al verificarsi di questa eventualità, specie nei confronti dei paesi più poveri dove le condizioni sanitarie non sono delle migliori e l’accesso ai vaccini è sempre stato problematico, già prima del Covid.

Nonostante il vaccino di Oxford sia stato sviluppato anche grazie allo stanziamento di fondi pubblici, il ruolo del privato gioca oggi un ruolo importante. Inoltre, ha specificato Ceccaroni nella sua lettera, “Non ci sono garanzie per i volontari sul fatto che il know-how e i dati degli studi clinici saranno apertamente condivisi per consentire a qualsiasi paese del mondo di produrre il vaccino da solo”.

“Noi, i volontari, siamo qui perché riconosciamo l’importanza della scoperta di un vaccino e per renderlo accessibile gratuitamente a tutte le persone vulnerabili nel mondo”, ha detto.

Per questo motivo è stato chiesto all’Università di Oxford e AstraZeneca di condividere lo studio sui vaccini con l’OMS, promettendo di non esercitare il monopolio sulla scoperta, che potrebbe portare poi ad un andamento dei prezzi al rialzo e a forniture limitate dopo l’emergenza.

Le preoccupazioni degli attivisti

Global Justice Now, che ha anche fatto una campagna per il libero accesso al farmaco Remdesivir (che si era detto in grado di sconfiggere il Covid), ha appoggiato la richiesta di Ceccaroni. Il suo senior policy manager Heidi Chow ha dichiarato:

“Abbiamo visto più volte grandi aziende approfittare della ricerca finanziata con fondi pubblici. Non deve succedere questa volta. Il Coronavirus ha scatenato una crisi che richiede una cooperazione globale per sviluppare e distribuire medicinali salvavita a coloro che ne hanno bisogno il più rapidamente possibile. Con così tanto in gioco, compresi ingenti finanziamenti pubblici, AstraZeneca e l’Università di Oxford devono rendere pubblico il loro accordo”.

La risposta di Oxford e AstraZeneca

Intanto, con una nota stampa, l’Università di Oxford ha fatto sapere che le parti coinvolte nell’accordo hanno accettato di “operare senza fini di lucro per tutta la durata della pandemia, coprendo solo i costi di produzione e distribuzione”. Mentre AstraZeneca ha dichiarato che “ha lavorato instancabilmente con scienziati, governi, organizzazioni multilaterali e produttori in tutto il mondo per garantire un accesso ampio ed equo senza alcun profitto durante il periodo della pandemia”, assicurando una capacità di fornitura globale di oltre due miliardi di dosi.

Sul post pandemia, invece, i due partner hanno affermato che è ancora troppo presto per parlare di prezzi e distribuzione del vaccino dopo che l’emergenza sarà finita.

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