Vaccino Covid, sospeso anche il test di J&J. I dubbi sull’immunità

Si tratta della seconda interruzione dei test clinici del vaccino dopo quella incassata dalla concorrente Astrazeneca.

Doccia fredda per il vaccino anti-Covid della Johnson & Johnson, che ha “temporaneamente interrotto” i test che stava conducendo su un campione di 60mila pazienti, dopo che un partecipante allo studio clinico ha contratto una malattia inspiegabile. Si tratta della seconda interruzione dei test clinici del vaccino dopo quella incassata dalla concorrente Astrazeneca.

La società ha assicurato che l’effetto collaterale è in fase di valutazione, da parte dell’organismo indipendente Data Safety Moinitoring Board e da parte dei suoi esperti interni, ed ha garantito che darà ulteriori informazioni dopo aver condotto altre indagini. “Ci impegniamo a fornire aggiornamenti trasparenti durante il processo di sviluppo clinico del nostro candidato vaccino”, ha assicurato J&J, spiegando che questo tipo di inconvenienti è “previsto” in qualsiasi studio clinico.

Se da un lato la sospensione di un vaccino è un fenomeno normale in qualunque test clinico, dall’altro, la ricerca per il vaccino anti-Covid è stata eccessivamente compressa a livello temporale a causa delle pressioni “politiche” a fare presto. I riflessi economici della pandemia saranno infatti mitigati una volta che il vaccino sarà prodotto e distribuito su larga scala.

L’impasse di J&J non è la prima nella corsa all’individuazione del vaccino. Anche la casa farmaceutica britannica AstraZeneca, di recente, ha sospeso temporaneamente il test in USA, dopo che un paziente ha evidenziato degli effetti collaterali. Lo studio, che resta sospeso negli Stati Uniti, è già ripreso in altri paesi.

I dubbi sull’immunità
Come se non bastasse, crescono anche i dubbi sull’eventuale immunità vaccinale, considerati i casi di persone che si sono ammalate due volte. L’ultimo caso viene dagli Usa, come riporta l’Ansa.

Un 25enne del Nevada si è ammalato di Covid-19 due volte nel giro di pochi mesi, e la seconda volta con sintomi più gravi. Il caso è stato oggetto di studio e un articolo sul Lancet, ripreso dalla Bbc, solleva interrogativi sull’immunità dei contagiati guariti, anche se i casi di doppia infezione restano rari. E suggerisce cautele anche a chi dal Covid è già uscito una volta. Il 25enne americano, che non aveva problemi di salute o difetti immunitari noti che lo rendessero particolarmente vulnerabile al Covid, ha manifestato i primi sintomi, non troppo gravi, il 25 marzo: mal di gola, tosse, mal di testa, nausea e diarrea.

Il 18 aprile è risultato positivo per la prima volta. Il 27 non aveva più sintomi e in entrambi i test svolti il 9 e il 26 maggio è risultato negativo. I sintomi però si sono riaffacciati il 28 maggio. Il 5 giugno risulta nuovamente positivo con gravi sintomi respiratori tali da richiederne il ricovero in ospedale. Gli scienziati affermano che non può essersi trattato di una recidiva del primo contagio: un confronto dei codici genetici dei virus analizzati nelle due occasioni ha mostrato che erano troppo diversi per essere causati dalla stessa infezione.

“I nostri risultati indicano che un contagio potrebbe non proteggere necessariamente da future infezioni”, ha detto il dott. Mark Pandori, dell’Università del Nevada. Doppi contagi si sono registrati a Hong Kong, in Belgio e nei Paesi Bassi ma mai il secondo era stato più grave. E’ accaduto in Ecuador, dove però il paziente non è arrivato all’ospedalizzazione. “È troppo presto per dire con certezza quali siano le implicazioni di questi risultati per qualsiasi programma di immunizzazione – ha detto un altro medico coinvolto nella ricerca -. Ma confermano il fatto che non sappiamo ancora abbastanza sulla risposta immunitaria a questo virus”.

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