Povertà digitale, il 29,3% dei ragazzi non sa usare strumenti dad

È quanto emerge dal rapporto "Riscriviamo il Futuro: una rilevazione sulla povertà educativa digitale", prima indagine pilota sulla povertà educativa digitale realizzata da Save The Children in collaborazione con il Centro di Ricerca sull'Educazione ai Media all'Innovazione e alla Tecnologia dell'Università Cattolica di Milano (Cremit

L’anno di pandemia è stato dominato dalla didattica a distanza, ma in Italia molti studenti risultano impreparati e senza le necessarie competenze per affrontare il mondo digitale che si è loro aperto davanti. Si è, infatti, configurata in questo periodo una nuova dimensione della povertà educativa, la povertà educativa digitale. Nonostante l’immersione nella “dimensione digitale” subita in quest’ultimo anno una percentuale significativa di studenti intervistati mostra evidenti lacune nella conoscenza e nell’utilizzo degli strumenti tecnologici. È quanto emerge dal rapporto “Riscriviamo il Futuro: una rilevazione sulla povertà educativa digitale”, prima indagine pilota sulla povertà educativa digitale realizzata da Save The Children in collaborazione con il Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media all’Innovazione e alla Tecnologia dell’Università Cattolica di Milano (Cremit).

Lo studio ha preso in considerazione un campione di 772 bambini di 13 anni che frequentano l’ultima classe della scuola secondaria inferiore, in 11 città e province: Ancona, Chieti, Mestre, Milano, Napoli, Udine, Palermo, Roma, Torino, Velletri, Sassari. Un quinto dei ragazzi che hanno partecipato a questa inedita rilevazione – spiega Save The Children – non è ancora in grado di eseguire semplici operazioni utilizzando gli strumenti informatici, come condividere uno schermo durante una chiamata con Zoom (11%) o scaricare un documento condiviso da un insegnante sulla piattaforma della scuola (29,3%). La povertà educativa digitale si configura quindi – sottolinea lo studio – come la privazione delle opportunità per apprendere, ma anche sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni, attraverso l’utilizzo responsabile, etico e creativo degli strumenti digitali.

Nel dettaglio circa un quinto (20,1%) dei minori che hanno partecipato all’indagine non è in grado di rispondere correttamente a più della metà delle domande proposte per valutare le competenze di base nell’utilizzo degli strumenti digitali, come identificare una password sicura, condividere lo schermo durante una videochiamata (1 su 10), inserire un link in un testo, scaricare un file da una piattaforma della scuola (29,3%), utilizzare un browser per l’attività didattica (32,8%). Un risultato che non dovrebbe stupire se consideriamo che l’82% dichiara di non aver mai utilizzato prima della pandemia il tablet a scuola, percentuale che si assesta al 32,5% per la lavagna interattiva multimediale (LIM).

Tra gli studenti partecipanti allo studio, coloro che dichiarano di non avere a disposizione nessun tablet a casa sono il 30,4%, mentre il 14,2% afferma di non avere un personal computer. Più della metà (54%) vive in abitazioni dove ciascun membro della famiglia ha a disposizione meno di un dispositivo.

Come accade anche per le altre dimensioni della povertà educativa, dall’analisi svolta sul campione – si legge nel rapporto – emerge che la condizione socioeconomica delle famiglie influisce sul livello di competenze alfabetiche digitali: maggiore il titolo di studio della madre o del padre, minore l’incidenza della povertà educativa legata alle competenze digitali necessarie per effettuare operazioni di base con gli strumenti tecnologici. Un dato che si spiega anche pensando che le famiglie più svantaggiate dal punto di vista socioeconomico sono anche quelle dove minore è la presenza di strumenti quali tablet e personal computer. Tuttavia la povertà educativa digitale – conclude lo studio – colpisce più in generale tutti i bambini e ragazzi e non ci sono differenze socio-economiche che tengano riguardo la loro capacità di conoscere e applicare le regole del mondo virtuale e la capacità di districarsi tra opportunità e pericoli della rete.

“È proprio dalle bambine, dai bambini e adolescenti che abbiamo voluto partire, ascoltando – afferma Daniela Fatarella, direttrice generale di Save the Children – le loro esigenze e amplificando la loro voce, per farli uscire dall’invisibilità in cui si sono sentiti relegati nell’ultimo anno e fare in modo che diventino protagonisti della ricostruzione del tessuto sociale del Paese. Ora è il momento di agire in maniera decisa per rilanciare il futuro dell’Italia ripartendo dalle giovani generazioni. L’ascensore sociale che fino a qualche anno fa era fermo, ora sembra addirittura avere invertito la rotta e rischiamo che i nostri ragazzi debbano abdicare al loro domani. Non possiamo permettere che questo accada e per invertire la rotta e’ necessario partire dal sistema educativo e dalle diseguaglianze che contribuisce a generare”.

La povertà minorile – secondo i dati diffusi da Save the Children – in poco più di dieci anni, è aumentata di dieci punti percentuali e ha raggiunto nel 2020 il suo massimo storico degli ultimi 15 anni: 1 milione e 346 mila minori (il 13,6% dei bambini e degli adolescenti in Italia), ben 209mila in più rispetto all’anno precedente, sono in condizioni di povertà assoluta. Secondo il rapporto dell’organizzazione il dato è destinato a crescere con la crisi economica generata dal Covid e dovuto, in larga parte, all’aumento consistente del numero di genitori che hanno perso temporaneamente o definitivamente il lavoro, 345mila durante l’anno trascorso, e la conseguente diminuzione delle loro disponibilità economiche.

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