Passato digitale scomodo? Google tenuto a ‘cancellarci’, lo dice l’Ue

Diritto all'oblio a carico dei motori di ricerca. Sentenza inaspettata della Corte Ue. Le implicazioni

Non più prigionieri del nostro passato digitale: i motori di ricerca garantiranno il nostro "diritto all’oblio".
E’ una sentenza destinata a lasciare il segno quella emessa dall’Unione Europea in merito al cosiddetto "diritto all’oblio". E probabilmente le sue implicazioni hanno contorni che sfuggono agli stessi giudici che l’hanno sostenuta.

LA SENTENZA E IL "DIRITTO ALL’OBLIO"

La Corte di Giustizia europea ha riconosciuto il "diritto all’oblio" dei cittadini rispetto ai risultati dei motori di ricerca internet, a cominciare da Google.

In pratica, secondo l’alta Corte comunitaria i singoli individui possono chiedere e ottenere, a certe condizioni, che i motori di ricerca facciano sparire dai risultati delle ricerche – effettuate in base ai nomi degli interessati – i link a pagine web e siti che contengano informazioni personali.
In assenza di riscontri in tal senso da parte dei motori di ricerca i privati potranno rivalersi di fronte alle autorità competenti.

La decisione della Corte risulta inattesa e solleva una tempesta che si abbatte sulla Silicon Valley, perché sostanzialmente implica che i motori di ricerca diventino Titolari dei dati personali degli utenti e del loro trattamento e come tali devono rispondere alle richieste di cancellazione degli interessati.
In base alla sentenza, dunque, qualsiasi cittadino europeo potrà chiedere a qualsiasi motore di ricerca, di rimuovere ogni collegamento tra il proprio nome e una determinata pagina web, persino se quest’ultima è stata legittimamente pubblicata.

UNA LUNGA SCIA DIGITALE

La scia digitale che ci lasciamo dietro su Internet può diventare ingombrante, sfuggire alla nostra stessa volontà e in alcuni casi risultare inaccessibile qualora si volesse cancellare un contenuto associato al proprio nome online.
Ci sono le foto imbarazzanti taggate dagli amici di Facebook; qualche webzine giurassica che mantiene online un acerbo scritto di gioventù; il sito del club sfigato frequentato durante l’adolescenza che vi annovera tra i suoi adepti; la ricerca pubblicata sull’intranet della facoltà universitaria; lo stage presso l’azienda concorrente che vi cita tra i suoi collaboratori; il partner che avete lasciato e che decide di sputtanarvi un po’… Ci sono le centinaia di tweet che avete pubblicato, c’è la lista delle vostre letture preferite su aNobii, il network di contatti su LinkedIn, i post su FB…
E soprattutto ci sono loro, i motori di ricerca che non dimenticano mai e restituiranno sempre il vosto nome associato proprio a ciò che magari avreste dimenticato (e fatto dimenticare) volentieri.

‘Profilati’ e senza veli. L’ingerenza telematica non si limita al profilo giuridico della violazione di privacy e ai profitti di chi utilizza le tonnellate di dati che ci riguardano a fini commerciali.
Esiste un problema individuale, legato all’impossibilità di cancellare le nostre tracce online, un fenomeno che ci rende prigionieri del nostro passato digitale. Con ripercussioni in ambito personale e professionale.

Il tema del diritto all’oblio è sicuramente delicato e merita le dovute attenzioni. Ma, al di là delle difficoltà di attuazione della sentenza Ue, la decisione di affidare la responsabilità di tutela dei dati personali ai motori di ricerca che elencano i risultati rispetto a chi pubblica online i contenuti è controversa.

SENTENZA ‘PAROSSISTICA’ E ‘PREOCCUPANTE’

L’avvocato Luca Bolognini, presidente dell’Istituto, commenta così il provvedimento: "Sul diritto all’oblio, ci sembra che il nostro Garante Privacy italiano abbia fatto molto meglio della Corte di Giustizia. Da anni, porta avanti un’interpretazione ragionevole che pone gli oneri di cancellazione o modifica dei dati pubblicati sul web a carico dei content provider, come gli editori di giornali, perché sono loro – per loro scopi del tutto legittimi – a diffondere i dati in internet. Fatto sta che nell’interpretazione della Corte, un motore di ricerca – che è un mero sistema di indicizzazione/consultazione di contenuti – diventa Titolare del trattamento dei dati delle persone di cui i siti pubblicano i dati e come tale deve rispondere alle richieste di cancellazione degli interessati. Questo ci sembra parossistico".

Sulla stessa lunghezza d’onda anche la chiosa dell’avvocato Guido Scorza, esperto di diritto digitale: "Privacy e libertà di informazione sono due diritti fondamentali dell’uomo da maneggiare con estrema attenzione ed è preoccupante che la loro tutela – anche se solo in prima battura – resti affidata ai gestori dei motori di ricerca fuori da ogni preventivo controllo da parte di un Giudice o di un’Autorità."

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