Foto, dati e informazioni cancellate da Facebook su semplice richiesta

Social network e diritto all'oblio: l'indicizzazione non sarà solo un problema di Google

La Legge per Tutti

Non solo Google: il tema del diritto all’oblio, e della cancellazione dei dati da internet, potrebbe coinvolgere anche Facebook piuttosto che Twitter o Linkedin. Da più parti si sente ormai parlare della possibile applicazione anche ai social network della famosa sentenza della Corte di Giustizia, con cui è stato condannato il motore di ricerca “per eccellenza” alla cancellazione delle notizie non più attuali, presenti sulle proprie pagine, riportanti i dati dei cittadini (nome, cognome, fatti di cronaca, ecc.).

LA SENTENZA – Di fatto, a ben leggere la decisione dei giudici di Strasburgo, laddove si specifica che l’intermediario di servizi sul web (Google, per l’appunto) diventa anche titolare dei dati personali trattati, e quindi tenuto alla cancellazione su richiesta dell’interessato, si comprende che non dovrebbero esservi ostacoli ad applicare il medesimo principio anche ad altri soggetti come Facebook, Twitter e Linkedin.

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UN PASSO INDIETRO – Ma procediamo con ordine e facciamo un passo indietro per spiegare meglio di cosa stiamo parlando.
Chi ha avuto guai con la giustizia, chi è stato al centro della cronaca nera, rosa, finanziaria o di qualsiasi altro fatto pubblico, sa cosa significa trovare il proprio nome su decine di testate giornalistiche. Ma soprattutto, dall’avvento di internet, sa anche quali difficoltà si debbano affrontare alla richiesta di cancellazione dei propri dati dalle pagine web. Una difficoltà tanto elevata quanto si pensi che, per ottenere tale risultato, serve spesso appoggiarsi studi legali specializzati in diritto all’oblio.

Del resto, la Cassazione è sempre stata chiara su questo: ogni cittadino – innocente o colpevole che sia – ha diritto a vedere non pubblicati i fatti attinenti alla propria persona quando questi non siano più attuali. Un diritto che, però, va esercitato nei confronti di ogni singola testata giornalistica. Un compito agevole finché i rotocalchi erano pochi (qualche decina) e solo su carta stampata: tanto più che, all’indomani della prima pubblicazione, le copie dei quotidiani servono solo per pulire i vetri delle case. Il problema, però, è sorto con internet, dove tutto si crea, tutto si trasforma e nulla si distrugge. Centinaia di siti, blog, forum da contattare per chiedere la cancellazione di un misero e insignificante nome nel mare grande del web. (Continua sotto)

IL CASO GOOGLE – Così, per tentare di facilitare la vita agli utenti della rete, è intervenuta, l’anno scorso, una sentenza della Corte di Giustizia che, in buona sostanza, ha detto a Google: “Quando indicizzi sul tuo motore di ricerca la pagina di un sito, tu tratti i dati personali delle persone i cui nomi sono riportati su tale pagina; per cui, se ti viene chiesto, devi anche cancellare, dall’indicizzazione, tale pagina (illegittima)”.

Macché. A Google da un orecchio è entrata e dall’altro è uscita. Sì, la società americana si è detta disponibile a “collaborare”, ma solo per “bella facciata”. Di fatto, più della metà delle richieste rivolte a BigG viene bocciata perché “la notizia è ancora di pubblico interesse”. Specie se riveste risvolti penali.

Ma se Google è così forte da potersi disinteressare delle condanne dei giudici europei, non è detto che lo siano anche gli altri soggetti del web. Molti social network, ai quali potrebbe estendersi il dictat della Corte UE, potrebbero trovare non più conveniente il business, dovendo approntare un ufficio legale solo per gestire le migliaia di richieste di cancellazione dati per il diritto all’oblio. Del resto, Google sta facendo proprio questo.

LIBERTA’ E PRIVACY – Insomma, ancora una volta il web è davanti al grande dilemma (già postosi quando si faceva un gran parlare di lotta alla pirateria musicale): tutelare la libertà di circolazione delle informazioni o i diritti individuali dei cittadini? E soprattutto, lasciare che a scegliere cosa cancellare o meno siano i soggetti privati (i provider, su semplice richiesta degli interessati), le autorità amministrative (vedi AgCom) o, del tutto, i giudici nelle aule dei tribunali?

Avv. Angelo Greco

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