Il fintech e la democratizzazione della finanza: rischi e benefici

Le soluzioni fintech hanno reso la finanza più inclusiva grazie a una democratizzazione dei mercati finanziari. Vediamo cosa significa.

Fabrizio Villani Cofounder Fintastico.com Fabrizio Villani è cofounder di Fintastico, il primo portale italiano dedicato interamente ai servizi finanziari innovativi.

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Potremmo affermare che la “Rivoluzione d’Ottobre” organizzata dal popolo degli investitori retail contro gli squali della finanza sia iniziata nel gennaio 2021, quando un folto gruppo di piccoli trader di WallStreetBets, un forum finanziario del celebre social network Reddit, ha sfidato e battuto i grandi fondi speculativi di Wall Street acquistando tramite un’operazione coordinata le azioni di GameStop, nota azienda di videogiochi sull’orlo del fallimento. Una manovra che ha provocato perdite enormi a quegli hedge fund che avevano scommesso contro il titolo GameStop. Basti pensare che Melvin Capital, uno dei più importanti fondi d’investimento di Wall Street, ha registrato una perdita pari al 49% del capitale investito in posizioni short su GameStop. Abbiamo assistito, dunque, a una rivincita del “parco buoi” (espressione che nel gergo finanziario indica gli investitori retail) i quali hanno rovesciato la “dittatura degli elefanti” (gli elefanti indicano i grandi fondi di investimento, la finanza è piena di metafore animali) instaurando la democrazia nei mercati finanziari. Una democratizzazione della finanza, per l’appunto. Ma cosa significa?

Democratizzazione della finanza: definizione

In un’intervista rilasciata nel 2008, in piena crisi dei mutui subprime, Robert Shiller, Professore di Economia a Yale nonché uno dei padri della Finanza Comportamentale (disciplina che studia l’impatto della sfera psicologica individuale sulle scelte di investimento), parlava della necessità di “democratizzare la finanza”, spiegando nel dettaglio le caratterizzazioni di tale processo.

Riportiamo le sue testuali parole: «Si tratta di mettere gli strumenti finanziari a disposizione della gente comune. Cent’anni fa solo i più ricchi avevano accesso a forme di gestione del loro rischio finanziario. Ora invece abbiamo forme di partecipazione ai mercati per buona parte della popolazione. Ma non c’è ancora un illuminismo finanziario diffuso, e questa crisi ne è l’esempio: è una crisi immobiliare, deriva dalla cattiva diversificazione degli investimenti e dell’indebitamento della gente comune».

Democratizzare la finanza, dunque, equivale a garantire l’accesso al mercato di capitali al numero più elevato possibile di persone, abbattendo quelle barriere all’entrata che per anni hanno caratterizzato il mondo degli investimenti, dei finanziamenti e del risparmio. Un esempio di mission aziendale orientata a democratizzare la finanza è dato da Trade Republic, broker berlinese nato nel 2015 e attivo sul mercato dal 2019, che in soli due anni ha conquistato oltre 1 milione di clienti in Germania, Austria e Francia e adesso sta per approdare anche in Italia. Sentendo le parole di Christian Hecker, cofondatore e CEO di Trade Republic, l’obiettivo della startup tedesca è la “democratizzazione della ricchezza”, fornendo agli utenti una piattaforma di gestione del risparmio finalizzata a ridurre il “pension gap” tra vecchie e nuove generazioni, nonché a generare una crescita economica la più sostenibile e inclusiva possibile. Tra innovazioni tecnologiche Made in Fintech e nobili intenti di cofondatori e CEO, il concetto di democratizzazione della finanza nasconde però anche dei risvolti negativi. Analizziamo dunque i pro e i contro di questo fenomeno in piena evoluzione.

Finanza democratica: i benefici del fintech

Partiamo da una certezza: il fintech, e nello specifico la tecnologia applicata alla finanza, aiuta le persone. Secondo la Banca Mondiale, nell’Asia meridionale negli ultimi sette anni i possessori di conti bancari online sono aumentati del 23%, mentre in Africa sono letteralmente raddoppiati, passando dal 23,2% del 2011 al 42,6% del 2017. Tutto questo grazie alle continue innovazioni del fintech che hanno reso la finanza più inclusiva attraverso una digitalizzazione dei servizi. Il fintech sta permettendo di combattere il fenomeno degli “unbanked”, ovvero quei soggetti che non hanno alcun accesso a servizi finanziari di alcun tipo, oppure sono “sottobancarizzati”, termine che indica coloro che utilizzano soluzioni finanziarie in modo estremamente limitato.

Sempre secondo la Banca Mondiale, nel periodo pre-Covid gli adulti unbanked in tutto il mondo erano pari a un miliardo e 700mila unità, una cifra spaventosa che attesta al tempo stesso infinite possibilità di sviluppo per quegli attori fintech che lavorano nel settore del mobile banking, finanza personale, social lending, etc. Proprio il social lending rappresenta un ottimo esempio di come il fintech sia una rivoluzione sociale oltre che economica e tecnologica. Di cosa si tratta? Il social lending (o peer-to-peer/P2P lending) fa riferimento a un metodo alternativo di finanziamento basato su prestiti erogati direttamente tra le persone, ovvero privo di intermediazione da parte di un istituto di credito.

Il principale pilastro su cui poggia il social lending è il cosiddetto “crowdlending”, il quale indica la raccolta di capita le di credito tramite una collettività di investitori che decidono di contribuire ognuno con una parte del prestito da erogare. Pertanto, il social lending permette a tutti quegli individui, PMI e freelance che hanno un merito creditizio insufficiente per contrarre un prestito attraverso il canale bancario, di ottenere comunque accesso al credito rivolgendosi direttamente a investitori privati. Dall’altro lato, grazie a un’elevata diversificazione del prestito, consistente in un’equa distribuzione della somma richiesta tra un ampio numero di creditori, il social lending si rivela un’interessante opportunità anche per gli investitori, capace di garantire loro una notevole riduzione del rischio. Il fintech rappresenta dunque una preziosa opportunità per ridurre povertà e disuguaglianze, con la tecnologia in veste di abilitatore di uno sviluppo basato su inclusione economica e sociale.

I rischi di una finanza democratizzata

Tra i fattori che hanno contribuito a democratizzare i mercati finanziari vi è certamente il boom delle piattaforme di trading online, che stanno permettendo a milioni di micro-investitori di accedere con estrema facilità al mercato degli strumenti finanziari, con poche o nulle barriere all’entrata. Basti pensare che oggi qualunque soggetto privo di educazione finanziaria può diventare un trader online aprendo in pochi minuti un account su una delle tante piattaforme di broker disponibili sul mercato, da eToro a Degiro, da Trade.com a Plus500.

A questo si aggiunge l’impressionante sviluppo dei social network, i quali si sono affermati come vere e proprie fonti di informazione e piattaforme di scambio di opinioni e feedback, con impatti sempre più rilevanti sugli andamenti di mercato (il già citato caso GameStop ne è un perfetto esempio). L’insieme delle problematiche prodotte dal pericoloso intreccio di questi due fenomeni è spiegato dalla Consob, l’organo italiano di vigilanza sui mercati finanziari. L’authority del BelPaese, infatti, ha espresso dei dubbi circa l’affidabilità dei social network e delle piattaforme di trading online come fonti di informazione finanziaria. Il pericolo, secondo la Consob, sarebbe quello di produrre raccomandazioni di investimento che violerebbero le norme previste per l’intermediazione finanziaria, con il rischio di generare abusi di mercato.

Inoltre, le piattaforme di trading online, attraverso funzionalità come il “social trading” (il quale permette di copiare le strategie di investimento di trader più “esperti”) incoraggerebbero investimenti di massa da parte di micro-investitori privi di esperienza. Tale fenomeno è stato definito dalla Consob “social-herding investing”, un’espressione che è una chiara allusione all’effetto gregge, il più diffuso bias cognitivo tra gli investitori.

Un caso che ha sconvolto il mondo delle piattaforme di trading online è stato il suicidio, nel giugno 2020, di Alexander Kearn. Studente di 20 anni dell’Illinois, ha erroneamente creduto di aver generato un debito di 730.000 dollari tramite operazioni di trading effettuate sulla piattaforma Robinhood, popolare app californiana di trading online, decidendo per questo di togliersi la vita. La vicenda ha provocato un terremoto di aspre critiche e contestazioni indirizzate a Robinhood, colpevole di arricchirsi sull’incoscienza e l’inesperienza di giovanissimi trader. Eppure, la mission dichiarata da Robinhood è quella di democratizzare i mercati finanziari, rubando ai ricchi di Wall Street per dare ai poveri investitori, così come è successo nel gennaio del 2020 con il caso GameStop (i trader di WallStreetBets hanno utilizzato proprio Robinhood per l’acquisto in massa delle azioni GameStop). “Investing for everyone” è lo slogan della società californiana. Ma siamo sicuri che investire sia davvero per tutti?

Conclusioni

Abbiamo visto come la tecnologia abbia permesso a milioni di persone in tutto il mondo di accedere a servizi finanziari prima riservati alle fasce più facoltose della popolazione. La rivoluzione fintech sta contribuendo a combattere la povertà a colpi di innovazione digitale, sia in Occidente che nei Paesi in via di sviluppo. Come ogni rivoluzione, però, le storture e le devianze sono dietro l’angolo, con la rapida espansione del trading online che desta preoccupazione ai piani alti della finanza.

Il “lato oscuro” della finanza democratica sarebbe proprio l’immissione sul mercato di una moltitudine di piccoli investitori completamente esposti ai tanti pericoli nascosti dietro ogni strumento finanziario, senza adeguata protezione né bussole per orientarsi nella giungla degli investimenti. Ma tale fenomeno può essere concepito come un’opportunità per educare le masse a una maggiore consapevolezza circa l’universo del risparmio e dell’investimento. La soluzione all’effetto-gregge di trader neofiti allo sbaraglio? L’educazione finanziaria. Perché nessuna democrazia può prescindere dalla consapevolezza.

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