Variante Iota, cosa sappiamo davvero: sintomi, diffusione e pericolosità

Si sta parlando in queste settimane di questa nuova variante Covid, presente anche in Italia. C'è da preoccuparsi? Facciamo chiarezza

Più il Covid sta con noi, più aumenta il rischio che si sviluppino nuove varianti. Più le persone si vaccinano, più questo rischio diminuisce, e si può cominciare a intravedere la fine della pandemia. Diversamente, andremo avanti ancora per un po’ con l’emergenza sanitaria.

Questo, in estrema sintesi, il monito che continuano a lanciare medici e scienziati, nel tentativo di convincere i novax a sottoporsi alla vaccinazione. Una questione come ovvio non solo individuale, ma prettamente collettiva.

Continua a preoccupare in tutto il mondo, e in particolare in Usa e Europa, la variante Delta (qui come riconoscere i sintomi). E gli esperti stanno cercando di prevedere quale variante potrà scalzarla nei prossimi mesi, com’è stato proprio per la Delta, quella indiana, nei confronti della Alfa, quella inglese.

Perché ci sono le varianti Covid

Secondo gli scienziati – i Centers for Disease Control and Prevention americani lo dicevano da un po’ – erano attese le varianti del Coronavirus. “I virus cambiano costantemente attraverso la mutazione e si prevede che si verifichino nuove varianti di un virus”, scrivono i CDC. “A volte emergono e scompaiono nuove varianti. Altre volte persistono nuove varianti”.

Le nuove varianti possono essere più dannose delle precedenti, ma non è sempre vero. Una variante può essere più o meno pericolosa di altri ceppi a seconda delle mutazioni nel suo codice genetico. Le mutazioni possono influenzare caratteristiche specifiche, come il livello di contagiosità, come interagisce con il sistema immunitario o la gravità dei sintomi che scatena.

Ad esempio, la variante Alfa (inglese) è più trasmissibile rispetto alla forma originale di SARS-CoV-2. Gli studi mostrano che è tra il 43% e il 90% più contagiosa del virus più comune all’inizio della pandemia. L’Alfa ha anche maggiori probabilità di causare malattie gravi, come indicato dall’aumento dei tassi di ospedalizzazione e morte dopo l’infezione.

Ancora peggio fa la variante Delta, che è più del doppio contagiosa dei ceppi precedenti e può causare malattie ancora più gravi tra coloro che non sono vaccinati. Anche la carica virale delle persone infette da Delta, ovvero la quantità di virus rilevata dai passaggi nasali di una persona infetta, è oltre 1.000 volte superiore a quella delle persone infette dalla forma originale di SARS-CoV-2.

I vaccini servono? Sì, e sono fondamentali

Prove recenti suggeriscono anche che sia le persone non vaccinate che quelle vaccinate sono portatrici di cariche virali simili, contribuendo ulteriormente alla natura particolarmente contagiosa di questa variante.

Ma qui sta un’enorme differenza: chi è vaccinato guarisce senza grossi problemi, chi non lo è, se la malattia si sviluppa in modo grave, rischia il ricovero e anche la morte. Quasi tutti – il 99,5% – dei decessi per Covid negli Stati Uniti negli ultimi mesi sono stati tra persone non vaccinate (il “paradosso” dei vaccinati positivi lo abbiamo spiegato qui).

Un discorso a parte merita la popolazione pediatrica: al 18 agosto 2021, solo il 32,6% dei bambini di età compresa tra 12 e 15 anni e il 43% di quelli di età compresa tra 16 e 17 anni erano stati completamente vaccinati negli Usa. L’American Academy of Pediatrics e la Children’s Hospital Association rilevano che al 12 agosto sono stati segnalati 4.413.547 casi totali di infezione Covid infantile. I bambini rappresentano il 14,4% dei positivi segnalati.

Variante Iota, quanto è diffusa

Alcune varianti sembrano diffondersi più facilmente e rapidamente di altre, come abbiamo visto appunto per la Delta. In questo momento nel mondo, e anche negli Stati Uniti e in Europa, ci sono quattro varianti etichettate come “varianti preoccupanti” (VOC) dal CDC e dall’Organizzazione mondiale della sanità: Alfa (inglese), Beta (sudafricana), Gamma (brasiliana) e Delta (indiana).

Ma oltre a queste, ci sono altri ceppi considerati “varianti di interesse” (VOI), cioè verso le quali gli studiosi stanno particolarmente in guardia per monitorarne lo sviluppo. Secondo l’OMS, le varianti di interesse includono Eta, Iota, Kappa e Lambda.

In questi giorni si è parlato anche in Italia di variante Iota, soprattuto in seguito alla notizia di uno studio pubblicato su Nature in cui si parla di importante diffusione di questo ceppo negli Usa. Non si tratta di una notizia falsa, ma che va contestualizzata. Esiste infatti uno scarto importante tra ciò che viene riportato in uno studio, che si baserà come ovvio su dati precedenti, e lo sviluppo della pandemia.

Ad oggi la variante Iota, in realtà, è in netta diminuzione negli Stati Uniti. In Italia abbiamo registrato alcuni casi, come a Genova. Ma cosa si sa di questa variante?

Variante Iota, quanto è pericolosa

La variante Iota è stata identificata per la prima volta a New York nel novembre 2020. Una recente ricerca Usa ha indicato che potrebbe essere più trasmissibile, presentare una maggiore capacità di eludere il sistema immunitario e aumentare il tasso di mortalità di Covid tra gli adulti rispetto ad altri ceppi circolanti.

Le conclusioni sono state pubblicate sulla piattaforma medRxiv il 7 agosto, in un articolo che non è stato ancora sottoposto a peer review.

Le informazioni utilizzate sono state raccolte dal 1 marzo 2020 al 30 aprile 2021. Da questo momento in poi si è potuta notare una rapida crescita dei contagi nella seconda ondata della pandemia a New York, da novembre ad aprile. Le stime suggeriscono dunque che il tasso di trasmissione della variante Iota era tra il 15% e il 25% superiore alle varianti note.

I ricercatori hanno anche scoperto che il ceppo Iota è riuscito a bucare le persone vaccinate, fino al 10% dei casi.
Per quanto riguarda il tasso di mortalità, il numero è aumentato del 46% per gli adulti di età compresa tra 45 e 64 anni, dell’82% per la fascia di età da 65 a 74 anni, del 62% per il gruppo di 75 anni e del 60% tra gli adulti di età superiore ai 65 anni.

In linea generale si può dire che è necessario prestare attenzione perché la variante Iota presenta caratteristiche di trasmissione, fuga dalla risposta immunologica e letalità simili alla variante inglese.

Variante Iota, i sintomi

La somiglianza alla Alfa porta a poter affermare che i sintomi più diffusi della variante Iota sarebbero molto simili a quelli del ceppo inglese, e cioè:

  • brividi
  • perdita di appetito, soprattutto nelle persone tra i 18 e i 54 anni e negli over 55
  • mal di testa, soprattutto nei giovani tra 5 e 17 anni
  • dolori muscolari, principalmente nella fascia di età compresa tra 18 e 54 anni.

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