Vaccino Johnson&Johnson, ipotesi seconda dose contro variante Delta: lo studio

Secondo un virologo americano il vaccino monodose Janssen sarebbe meno efficace contro la variante Delta

La dose unica del vaccino contro il Covid-19 della Johnson&Johnson potrebbe non essere sufficiente per proteggere dalla variante Delta del coronavirus. Lo sostiene un lavoro realizzato dal virologo Nathaniel Landau, virologo della Grossman School of Medicine di New York, non ancora pubblicato su una rivista scientifica e quindi non ancora sottoposto alla revisione da parte della comunità internazionale.

Vaccino Johnson&Johnson, meno efficace contro variante Delta: ipotesi seconda dose

Secondo lo studio per contrastare la variante Delta del Sars-CoV-2, che prende sempre più piede in Italia come nel mondo, ma anche la variante Lambda, sarebbe necessaria un’integrazione con una seconda dose eterologa, cioè con un vaccino diverso, in particolare con un ad mRna (Pfizer o Moderna).

Verrebbe così meno la principale caratteristica del prodotto anti-Covid di Johnson&Johnson, che faceva della natura monodose il suo punto di forza, il quale doveva inizialmente anche dare un’accelerazione sostanziale alle campagne vaccinali in tutto il mondo.

Vaccino Johnson&Johnson, meno efficace contro variante Delta: gli altri studi

I risultati del virologo andrebbe in contrasto con diversi studi recenti, i quali sostengono invece la tesi opposta, cioè che il vaccino Janssen proteggerebbe dalla variante Delta, anche fino a 8 mesi dall’unica iniezione.

La stessa causa farmaceutica americana aveva assicurato a inizio luglio la funzione di difesa del proprio prodotto anche dal ceppo più contagioso, pubblicando i dati ad interim di un sottostudio di fase 1/2a pubblicato sul ‘New England Journal of Medicine’ (Nejm).

“Si sono osservate risposte immunitarie anticorpali e delle cellule T per almeno 8 mesi dopo l’immunizzazione”, avevano annunciato dalla multinazionale, sottolineando che “è stata dimostrata un’attività anticorpale neutralizzante contro la variante Delta (B.1.617.2) crescente nel tempo”.

“Questi dati sottoposti a revisione tra pari forniscono indicazioni ulteriori e più approfondite sulle risposte immunitarie umorale e cellulare durature generate dal vaccino contro la variante Delta e altre varianti esistenti che destano preoccupazione”, aveva dichiarato Mathai Mammen, Global Head Janssen Research & Development, di Johnson&Johnson.

Conclusioni messe in dubbio dal virologo Nathaniel Landau, il quale studio, pur non rappresentando gli effetti del vaccino nel mondo reale, è coerente con le osservazioni su una singola dose del vaccino AstraZeneca, che ha un’architettura simile e mostra solo circa il 33% di efficacia contro la malattia sintomatica causata dalla variante Delta.

“Il messaggio che volevamo dare – precisa Landau – non è che le persone non devono ricevere il vaccino J&J, ma speriamo che in futuro venga potenziato con un’altra dose” dello stesso prodotto “o con un richiamo” eterologo “con Pfizer o Moderna”. Anche altri esperti come il virologo della Weill Cornell Medicine di New York, John Moore, pensano che questo vada considerato come “un vaccino a due dosi”.

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