Perché si fanno i vaccini AstraZeneca e Johnson & Johnson ai giovani se l’AIFA raccomanda di no?

In molti si aspettavano la polemica sui vaccini a vettore virale somministrati anche agli under 40 negli open day delle Regioni, nonostante il parere diverso dell'AIFA

Miriam Carraretto Giornalista di attualità politico-economica Da vent'anni giornalista e caporedattrice per varie testate nazionali, è autrice di libri e contributi su progetti di sviluppo in Africa e fenomeni sociali.

Era in qualche modo attesa – certamente da noi di QuiFinanza – la polemica sui vaccini in seguito agli ultimi due casi che riguardano una ragazza di 18 anni e una donna di 42, entrambe sottopostesi volontariamente al vaccino AstraZeneca durante gli open day regionali di Liguria e Toscana.

Le due donne sono state entrambe colpite da trombosi, diversi giorni dopo il vaccino: la loro condizione è al momento considerata grave ma stabile. Ancora non è certo che le trombosi siano collegate al vaccino, ma l’evento ha riacceso il confronto nella comunità scientifica, e tra i cittadini. E l’autonomia sulla campagna di immunizzazione lasciata alle Regioni, che si muovono in ordine sparso, sta alzando un polverone.

Da un lato le dosi in avanzo vanno smaltite, perché ormai sono state acquistate, dicono governatori e politici, in primis il ministro della Salute Roberto Speranza e il commissario Covid Figliuolo, dall’altro però si tratta di una scelta, politica appunto, che si porta appresso un’enorme responsabilità.

AIFA: AstraZeneca e J&J agli over 60

L’AIFA, Agenzia Italiana del Farmaco, ancora il 26 maggio scorso nel suo ultimo report aveva sottolineato con chiarezza che i due vaccini a vettore virale, Vaxzevria, ex AstraZeneca, e Jannsen di Johnson&Johnson sono raccomandati alle persone dai 60 anni in su.

Eppure le Regioni hanno iniziato a organizzare in varie parti d’Italia “Astranight” e open day per agevolare la vaccinazione con quel che c’è. Circa la metà dei vaccini AstraZeneca (qui tutte le reazioni nel rapporto AIFA) e Johnson & Johnson somministrati nell’ultimo mese sono andati ad under 60, nonostante la raccomandazione dell’AIFA. Molte le dosi ai 40enni e anche ai giovanissimi dai 12 ai 19 anni.

Cosa sappiamo dei casi di trombosi

A questo punto, senza inutili allarmismi e rimarcando con fermezza l’essenzialità del vaccino, è bene però sottolineare ancora una volta che i dati indicano chiaramente che i casi di trombosi collegabili al vaccino anti-Covid, per quanto rarissimi, sono stati osservati quasi esclusivamente entro circa tre settimane dalla vaccinazione in soggetti sani con età inferiore a 60 anni, prevalentemente donne. Le trombosi sono state associate sempre a una importante carenza di piastrine (qui trovate l’approfondimento di QuiFinanza su sintomi e fattori di rischio cui stare attenti).

Ad aprile i casi, seppur rarissimi, di trombosi accertati dopo la vaccinazione con AstraZeneca sono stati “superiori alle attese” tra le persone con meno di 60 anni, mentre sono stati inferiori o in linea con le statistiche per gli over 60. In Italia al 26 aprile sono stati riportati 34 casi di trombosi venose in sedi atipiche. Rispetto alle somministrazioni effettuate con Vaxzevria si osservano 0.45 casi ogni 100mila vaccinati, dato che potrebbe risentire della minor rappresentatività del campione italiano rispetto ai dati europei e anglosassoni.

Per quanto riguarda il vaccino Janssen, il sistema di sorveglianza USA al 30 aprile 2021 riporta 17 casi di trombosi in sedi atipiche associate a trombocitopenia, eventi del tutto simili a quelli osservati con il vaccino Vaxzevria, su 7,98 milioni di dosi somministrate negli Stati Uniti.

Come fanno gli altri Paesi Ue?

Proprio per questo motivo l’AIFA aveva deciso di raccomandare il vaccino agli over 60. E gli altri Paesi come fanno?

Francia, Belgio, Norvegia e Danimarca, per esempio, hanno fissato AstraZeneca al di sopra dei 55 anni, la Spagna ha deciso di limitarne la somministrazione alla fascia d’età 60-69enni, mentre la Germania, come l’Italia, ha raccomandato l’uso agli over 60 seguendo il principio della massima precauzione, come aveva spiegato il presidente del Consiglio superiore di sanità e coordinatore del Cts, Franco Locatelli.

AstraZeneca e J&J ai giovani?

La domanda resta quindi, al momento, senza risposta, e anzi la rivolgiamo volentieri alle istituzioni che hanno la responsabilità della campagna di vaccinazione: perché si fanno i vaccini AstraZeneca e Johnson & Johnson ai giovani se l’AIFA dice no?

Una domanda ancora più pressante considerato che, vista “l’irrinunciabile valenza sociale ed educativa della didattica in presenza” come ha detto Figliuolo, è stato chiesto di garantire, prima dell’inizio dell’anno scolastico, la massima copertura possibile di tutta la popolazione studentesca, nelle fasce di età per le quali i preparati farmacologici saranno disponibili.

“Proprio recentemente, a seguito dell’estensione dell’indicazione terapeutica del vaccino Cominarty (BioNTech/Pfizer) fino a soggetti di età pari o superiore a 12 anni, è stato chiesto alle Regioni e alle Province autonome di dare immediata attuazione a tale estensione utilizzando linee dedicate negli hub vaccinali e facendo il più ampio ricorso ai pediatri di libera scelta” spiega il commissario all’emergenza.

Figliuolo chiede anche alle Regioni di intercettare “le persone vulnerabili” e quelle “poco avvezze all’uso dei sistemi informatici” per la vaccinazione, “verificando contestualmente il fenomeno delle mancate adesioni”. “E’ probabile che permarranno minime percentuali di non raggiungibili, alla luce di mancate adesioni e di chi non può essere vaccinato per altre motivazioni, magari di carattere sanitario”. E dunque, ora più che mai, serve massima attenzione: rigore, con la giusta dose di cautela, nella prosecuzione della campagna vaccinale, per renderla sempre più sicura e spedita.

Terzo vaccino sì o no?

Intanto, AIFA ha anticipato che “verosimilmente dovremo vaccinarci ogni anno contro il Covid se le varianti daranno preoccupazione”. A dirlo in un’intervista a Radio24 il direttore Nicola Magrini, secondo il quale, dopo aver superato la fase di emergenza della pandemia attraverso la vaccinazione di massa, si darà il via ad una nuova fase che vedrà l’utilizzo non di una terza dose di vaccino, ma di dosi di richiamo annuali per mantenere l’immunità contro il Covid.

Sono in corso di sviluppo i vaccini di seconda generazione per il prossimo inverno che saranno in grado di coprire con un semplice richiamo queste varianti”, spiega Magrini. “Qui l’interesse a sviluppare l’idea non di una terza dose in sé ma di ulteriori vaccini attivi contro le varianti per massima protezione”.

Riguardo invece a chi ha già avuto il Covid la posizione dell’Agenzia del Farmaco è chiara: queste persone dovrebbero essere vaccinati con una sola dose entro 6 mesi dalla guarigione. “I guariti dal Covid devo vaccinarsi entro 6 mesi dalla guarigione e devono vaccinarsi con una dose singola. La seconda dose di vaccino o il possibile terzo contatto con il virus va evitato perché affatica anche un po’ il sistema immunitario”.

Intanto, la campagna di vaccinazione prosegue a pieno ritmo e il commissario Figliuolo parla già di possibilità di una terza dose, guardando al dopo pandemia. Secondo le sue stime, a fine settembre sarà vaccinato l’80% della popolazione italiana e in autunno sarà fondamentale un maggiore coinvolgimento di medici di base, pediatri e farmacie.

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