Truffa delle mascherine cinesi contraffatte: come funziona e come riconoscerle

Molte le mascherine Ffp2 e Ffp3 con certificati di garanzia e conformità agli standard europei sequestrate dal Nas dei Carabinieri. Nella trappola è finito anche Domenico Arcuri

Il Nas dei Carabinieri ha sequestrato ben 6 milioni di mascherine Ffp2 e Ffp3 provenienti dalla Cina. I prodotti riportavano dei certificati di conformità contraffatti. Le fonti della Procura di Roma parlano di “Chinese job”, la truffa che arriva dall’Oriente. Dei 553 milioni di mascherine arrivate in Italia dall’estero, circa il 10% si è rivelato non conforme, a volte addirittura inutile contro il coronavirus e quindi potenzialmente pericoloso per la salute pubblica. Si parla di 55 milioni di pezzi che sono arrivati a farmacie e negozi, a volte utilizzati anche all’interno degli ospedali.

Importazione delle mascherine contraffatte: come è possibile

In molti si chiedono come è possibile che queste mascherine abbiano superato i controlli. I truffatori si sono mossi in una zona grigia normativa. All’inizio della pandemia, infatti, il governo Conte bis decise, vista la scarsità di dispositivi di protezione individuale nel nostro Paese, di permettere l’importazione e il commercio di mascherine sprovviste del marchio Ce di conformità alle direttive dell’Unione europea.

La deroga prevedeva la possibilità che i materiali venissero certificati da enti privati come “equiparabili” agli standard europei di capacità di filtraggio. Questo ha aperto la strada a due mercati paralleli. Da una parte quello degli importatori, che in contatto con Paesi come la Cina, primo produttore di mascherine al mondo, ordinavano grandi quantità di dpi. Dall’altra quello dei certificatori, alcuni improvvisati e senza laboratori con macchinari specifici per testare i dispositivi, altri facilmente corruttibili.

Mascherine contraffatte: nella trappola anche il commissario Arcuri

Nella trappola del materiale “equiparabile” sono finite anche le istituzioni, a iniziare dalla Protezione Civile e dal commissario straordinario Domenico Arcuri. L’amministratore delegato di Invitalia si è trovato costretto lo scorso agosto a rescindere un contratto con una società che aveva portato in Italia, con diverse partite, 11 milioni di dispositivi. Di questi, ben 5 erano già stati immessi sul mercato quando sono scattati i controlli alla dogana e le mascherine sono risutate non a norma.

Altri controlli sono scattati per un’altra commessa firmata dal commissario della Protezione Civile, del valore di 1,25 miliardi di euro, destinati a tre consorzi cinesi e intascati in parte da imprenditori italiani. L’ok per quelle mascherine fu dato dal Comitato tecnico scientifico, che però si basò per la valutazione sui documenti presentati dalle ditte cinesi. In seguito un laboratorio torinese ne mise in dubbio la qualità, a dalle analisi i dispositivi risultarono inutili. Troppo tardi: erano già state fornite ad alcuni ospedali. Forse contribuendo a causare focolai di Covid all’interno delle strutture.

Mascherine contraffatte: come è possibile riconoscerle

Non è possibile a colpo d’occhio distinguere le mascherine contraffatte da quelle a norma per l’Unione europea. In caso si abbiano dubbi su uno stock di dispositivi o sul certificato che accompagna l’ordine, è possibile rivolgersi ai laboratori accreditati per effettuare nuovi controlli e capire se i materiali sono conformi o meno. Si tratta, visti i costi economici, di un’operazione che spetta alle grosse catene di vendita all’ingrosso e al dettaglio, alle istituzioni e alle associazioni di consumatori, magari su segnalazione dei singoli cittadini.

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