Covid, terapie intensive oltre la soglia critica: quali sono le regioni a rischio

L'ultimo report dell'Istituto superiore di sanità conferma che alcune regioni e province autonome sono ancora oltre la soglia critica del 30% per quel che riguarda le terapie intensive

Da febbraio alla prima metà di gennaio il numero dei morti per coronavirus ha superato le 81 mila unità. Ma oltre ai dati relativi ai nuovi contagi, ai decessi e ai vaccinati, quello sotto la lente d’ingrandimento dell’Istituto superiore di sanità è quello dei ricoveri in terapia intensiva. La soglia critica è stata fissata al 30%, ma in molte Regioni si è ancora oltre: cosa si rischia.

Terapie intensive oltre la soglia critica: le 12 regioni a rischio

Il tasso di occupazione in terapia intensiva a livello nazionale è oltre la soglia critica del 30%, secondo l’ultimo report dell’Iss che si riferisce al periodo dal 4 al 10 gennaio. Andando a vedere nel dettaglio, sono 9, tra Regioni e Province autonome, le realtà territoriali che hanno un tasso di occupazione allarmante:

  • EmiliaRomagna (31%)
  • Friuli Venezia Giulia (39%)
  • Lazio (35%)
  • Lombardia (38%)
  • Marche (36%)
  • Provincia autonoma di Bolzano (32%)
  • Provincia autonoma di Trento (48%)
  • Umbria (43%)
  • Veneto (36%)

Covid, terapie intensive oltre la soglia critica: le conseguenze sul sistema sanitario

Gli esperti dell’Alto Adige parlano di medicina di guerra a discapito degli standard di qualità degli interventi medici. La tesi è che più le terapie intensive sono piene, minore è il livello delle cure. Un esempio è l’utilizzo emergenziale dei respiratori: normalmente andrebbe usato da un paziente per volta, ma in situazioni critiche viene diviso da due malati.

Un effetto a catena, che si riversa inevitabilmente anche chi lotta contro altri problemi che non siano legati al Covid. Più ricoveri in contemporanea significa meno attenzione a chi viene colpito da ictus o infarti, ma anche ai pazienti oncologici. Una situazione precaria dopo anni di tagli, che rischia il collasso durante la pandemia.

Non solo macchinari da dividere, ma anche personale da trovare, oltre alle strutture. Per questo in alcune Regioni si allestiscono prefabbricati per posti letto aggiuntivi, ospedali da campo transitori, unità mobili per il trasporto dei pazienti.

Covid, allarme terapie intensive: gli errori dell’estate

Gli infettivologi stanno riscontrando come la capacità del virus di contagiare sia superiore rispetto alla prima ondata, anche grazie alle varianti. L’ipotesi è che il Sars-CoV-2, mutando, riesca a non farsi riconoscere dal sistema immunitario, ora non più capace di neutralizzarlo.

Più contagi, significa di conseguenza più ricoveri in terapia intensiva. E secondo gli esperti quanto fatto in estate ha rappresentato un grande errore di valutazione. Secondo il professore Carlo Federico Perno, professore di virologia dell’Università di Milano e direttore Dipartimento di Medicina di laboratorio del Niguarda, si sarebbe dovuto attivare un numero maggiore di nuovi posti.

Intervistato dalla Stampa, infatti, ha spiegato che per provare a contrastare il diffondersi del virus è necessario somministrare più vaccini. Un problema non da poco, visto che Pfizer-BioNTech ha appena annunciato che ridurrà le dosi destinate all’Italia del 29%.

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