Sindrome di Kawasaki e Covid nei bambini: sintomi e come riconoscere la malattia

A Como tre bambini di 5, 3 e 2 anni, sono stati ricoverati in ospedale con la cosiddetta sindrome di Kawasaki, potenzialmente correlata a Covid-19

La notizia è rapidamente rimbalzata su tutti i media: tre bambini, di 5, 3 e 2 anni, residenti in diversi Comuni della provincia di Como, sono stati ricoverati all’ospedale Sant’Anna di San Fermo della Battaglia (Como) con la cosiddetta sindrome di Kawasaki, potenzialmente correlata a Covid-19.

Due di loro sono stati trasferiti nelle terapie intensive pediatriche dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo e del Buzzi di Milano, a causa di una miocardite, cioè un’infiammazione del tessuto cardiaco. Il terzo bimbo è tuttora ricoverato al Sant’Anna dove si stanno ultimando i necessari accertamenti.

Cos’è la malattia di Kawasaki

La sindrome di Kawasaki, detta anche sindrome linfonodale muco-cutanea, è una vasculite infantile delle arterie di media e piccola dimensione che colpisce soprattutto le arterie coronarie. Le sue cause sono ancora sconosciute.

È una malattia caratterizzata principalmente da febbre elevata e prolungata, da oltre 3 giorni, congiuntivite, eruzioni cutanee, gonfiore e/o arrossamento delle mani e dei piedi, che se non diagnosticata in tempo può anche portare all’infarto.

La sindrome di Kawasaki è una patologia che colpisce prevalentemente i bambini d’età inferiore ai 5 anni, con un picco sui 2 anni. È diffusa in tutto il mondo con andamento endemico e riaccensioni ogni 2-3 anni e picco in inverno e in primavera. I bambini d’origine giapponese mostrano un’incidenza particolarmente alta. In Italia colpisce 14 bambini ogni 100mila.

Sindrome di Kawasaki, i sintomi

I sintomi più comuni sono:

  • febbre molto elevata (40-41 °C) per almeno 3 giorni, resistente al trattamento antibiotico e ai farmaci antipiretici
  • congiuntivite bilaterale senza secrezione purulenta
  • manifestazioni a carico delle labbra, che si presentano caratteristicamente secche e arrossate, e della mucosa orale, con lingua di color fragola o addirittura violacea
  • manifestazioni a carico delle estremità con edema dei piedi e/o delle mani cui fa seguito, durante la seconda settimana di malattia, una caratteristica desquamazione lamellare delle dita delle mani e dei piedi, a partenza dalla regione intorno alle unghie
  • ingrossamento dei linfonodi del collo, che appaiono di diametro superiore al centimetro e mezzo, di consistenza dura, lievemente dolenti alla palpazione
  • rossori cutanei che possono avere caratteristiche diverse, simili a quelle del morbillo o della scarlattina o dell’orticaria, con distribuzione sul tronco, sugli arti e nella zona addominale e inguinale.

È importante che il bambino con questi sintomi venga rapidamente valutato dal pediatra e portato in ospedale per effettuare gli accertamenti clinici e laboratoristici. L’appropriatezza e la tempestività della diagnosi incidono in modo considerevole sulla prognosi.

Il primario della Pediatria del Sant’Anna, Angelo Selicorni, comunque rassicura: “Nessuna paura e nessun allarme. I genitori devono essere attenti a monitorare una serie di campanelli d’allarme che i pediatri di famiglia ben conoscono”.

Esiste una correlazione tra Kawasaki e Covid-19?

Difficile dire se esista davvero una correlazione tra Kawasaki e Covid-19. Dagli studi finora pubblicati, si sa che potrebbe essere favorita da una reazione immunitaria eccessiva a un’infezione, reazione che il Coronavirus appunto potrebbe provocare.

Questo è quanto ipotizza, ad esempio, un recente studio pubblicato su The Lancet dalla Pediatria dell’ospedale di Bergamo. Lo studio ha analizzato 10 casi di bambini con sintomi compatibili con una diagnosi di malattia di Kawasaki arrivati al Papa Giovanni XXIII tra il 1 marzo e il 20 aprile 2020. Nei 5 anni precedenti questa malattia era stata diagnosticata in soli 19 bambini.

Altre pubblicazioni scientifiche descrivono una sindrome infiammatoria acuta multisistemica in età pediatrica e adolescenziale, associata a positività per il SARS-CoV-2 o presenza di anticorpi anti SARS-CoV-2.

Questa sindrome sembrerebbe condividere alcune caratteristiche cliniche con la malattia di Kawasaki, ma, secondo le indicazioni dell’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) e della World Health Organization (WHO), si tratterebbe di una forma clinica che va differenziata e che è ancora in via di definizione.

Sulla base delle evidenze scientifiche disponibili ad oggi non è dimostrato che i pazienti pediatrici che in passato hanno avuto diagnosi di malattia di Kawasaki siano esposti ad un rischio maggiore rispetto agli altri bambini di contrarre SARS-CoV-2, né di presentare una recidiva di malattia di Kawasaki.

L’ISS, al riguardo, ha pubblicato il rapporto “Indicazioni ad interim su malattia di Kawasaki e sindrome infiammatoria acuta multisistemica in età pediatrica e adolescenziale nell’attuale scenario emergenziale da infezione da SARS-CoV-2”. Il documento fornisce indicazioni essenziali e raccomandazioni per affrontare e gestire questa sindrome (lo potete scaricare qui).

Cosa dice lo studio dell’ECDC

Il 15 maggio scorso l’ECDC-European Centre for Disease Prevention and Control ha pubblicato un rapporto sulla sindrome infiammatoria multisistemica pediatrica e adolescenziale e l’infezione da SARS-CoV-2, in cui vengono riportati 230 casi sospetti nell’Unione Europea e nel Regno Unito, con due decessi.

I soggetti colpiti avevano un’età media di 7-8 anni, fino 16 anni, e hanno presentato interessamento multisistemico grave, a volte con necessità di ricovero in terapia intensiva. Dati sia italiani che inglesi dimostrano che lo sviluppo di questa sindrome segue di 2-4 settimane il picco di infezione da SARS-CoV-2, per cui si ipotizza una patogenesi immunomediata e non legata ad un’infezione diretta del virus.

Le caratteristiche della sindrome comprendono una risposta infiammatoria che l’Iss definisce “aberrante”, con febbre elevata, shock e prevalente interessamento miocardico e/o gastrointestinale. Le opzioni terapeutiche comprendono immunoglobuline, steroidi, farmaci anticitochinici.

Il documento evidenzia che, al momento, pur in assenza di una definizione di caso condivisa a livello europeo, è plausibile una correlazione fra infezione da SARS-CoV-2 e insorgenza della sindrome, pur in presenza di evidenze limitate del nesso di causalità. “L’esistenza della sindrome è una realtà clinica riconosciuta, tuttavia è indispensabile una definizione condivisa dei criteri diagnostici, questo permetterà una registrazione sistematica dei casi per valutare la reale incidenza”.

Covid nei bambini

Ricordiamo che le evidenze scientifiche disponibili ad oggi indicano che il Covid si manifesta nei più piccoli con un andamento clinico più benigno rispetto all’adulto e con una letalità molto bassa (0,06% nella fascia di età 0-15 anni).

Questi dati sembrano tranquillizzanti riguardo al Covid pediatrico. Va comunque posta molta attenzione quando a manifestare i sintomi dell’infezione sono i bambini con meno di un anno (qui l’approfondimento di QuiFinanza su come distinguere il Covid dalla normale influenza).

Studi eseguiti da scienziati cinesi e pubblicati su Jama su madri in gravidanza con infezione da SARS-CoV-2 hanno indagato la relazione fra immunità materna e protezione del neonato dall’infezione, senza giungere però a risultati conclusivi. Il riscontro quindi, in neonati figli di madre SARS-CoV-2 positive, di sintomi indicativi come febbre, difficoltà respiratoria, tosse, sintomi gastrointestinali e tendenza al sopore, deve allertare i genitori e il pediatra.

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