Scuola, il modello danese anti-covid che funziona

La Danimarca viene sempre più spesso presa ad esempio come modello per la riapertura delle scuole

Su una cosa i leader europei sembrano essere tutti d’accordo: la scuola ha la priorità e deve necessariamente riaprire. Peccato, però, che non ci sia un modus operandi unico su come gli alunni debbano tornare in classe e ogni Paese ha stabilito delle proprie linee guida sulla riapertura delle scuole e l’inizio del nuovo anno scolastico.

Gli approcci differenziati, però, non hanno portato i risultati sperati. Mentre in Italia impazza la polemica politica sulle linee guida del CTS, sull’obbligo di mascherina sin dalla scuola primaria e sulle modalità e tempistiche di rilevamento della temperatura, in Germania si fanno già i conti con i primi contagi rilevati all’interno delle aulee scolastiche e scuole chiuse per sanificazione. L’unico “modello” che al momento sembra stia dando i frutti sperati è quello danese.

Come funziona il modello danese per la riapertura delle scuole

Nonostante anche in Danimarca si assista a un aumento dei casi di contagio, il Governo del piccolo regno norreno non ha mai pensato di richiudere gli istituti scolastici. Anzi: la Danimarca è stata tra le prime nazioni in Europa a riaprire la scuola e, dalla metà di aprile, ha mantenuto le classi aperte senza che ci siano stati focolai. Merito di un modello organizzativo imperniato sulla “clusterizzazione” dei gruppi di bambini e sul loro isolamento.

A metà aprile, in particolare, sono state riaperte le scuole dell’infanzia e la primaria, mentre per gli alunni e studenti di età maggiore sono stati organizzati corsi online (la didattica a distanza, tanto per intendersi). Le varie classi sono state divise in gruppi più piccoli, composti da 10 o 12 alunni al massimo, con contatti nulli tra un gruppo e l’altro.

Gli orari di ingresso e uscita da scuola sono stati differenziati per gruppi, in modo da evitare che si formassero assembramenti. I genitori non possono entrare nel “perimetro scolastico”, a meno che non siano stati appositamente convocati dalle autorità.

Le lezioni si sono svolte il più possibile in spazi aperti e, affinché ciò fosse possibile, i parchi pubblici erano riservati ai gruppi scolastici dalle 8 di mattina alle 4 del pomeriggio. All’interno delle classe, invece, gli alunni e il personale scolastico deve mantenere una distanza minima di 2 metri e, nelle ultime settimane, è stato imposto l’utilizzo della mascherine. Affinché ci fosse spazio per tutti i gruppi creati, gli hotel, le biblioteche, i teatri e i musei hanno messo a disposizione delle scuole gli spazi inutilizzati.

In questo schema, una grandissima importanza è rivestita dalle operazioni di sanificazione. Bambini e personale scolastico è tenuto a lavare le mani ogni ora e mezza (oppure ogni volta che ce ne sia bisogno), mentre gli ambienti vengono sanificati quotidianamente.

Le differenze con il “modello italiano”

Anche se non manca qualche punto di contatto, le differenze con il “modello italiano” sono evidenti. Soprattutto a livello di “gestione” dei gruppi classe: si è infatti preferito mantenere il gruppo unito, allargando quando possibile le aulee scolastiche con lavori di edilizia “leggera”. Le lezioni verranno svolte all’interno degli istituti (e non nei parchi pubblici), mentre la distanza tra “rime buccali” è di un metro, e non due.

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