Cosa significa “governo di minoranza” e quando si è verificato in passato

Nelle ultime ore si è parlato molto della possibilità che Giuseppe Conte possa restare alla guida di un 'governo di minoranza': cosa dice la Costituzione

Nelle ultime ore si è parlato molto di ‘governo di minoranza‘, dopo il ritiro da parte di Italia Viva delle sue due ministre, Teresa Bellanova ed Elena Bonetti, e della conseguente necessità da parte dell’esecutivo di ottenere la fiducia prima alla Camera e poi al Senato.

Al Senato il risultato della votazione di Palazzo Madama sulla fiducia al Conte bis è stato di ben 140 no. Renzi astenuto con Italia Viva, altri due sì dai senatori di Forza Italia.

Caos sul voto del senatore del Gruppo Misto Ciampolillo, ex M5S, che è persino arrivato in ritardo alla seconda ‘chiama’. Mentre Renzi, sconfitto ma gongolante  dice “dovevano asfaltarci, non hanno la maggioranza”, ora il premier Giuseppe Conte si trova alla guida di un governo di minoranza.

Si tratta di una situazione che si è già verificata in passato, nella storia della Repubblica. Si tratta di esecutivi basati sull’astensione di partiti politici, non formalmente in maggioranza.

‘Governo di minoranza’: di cosa si tratta e cosa dice la Costituzione

Per governare l’Italia, il premier deve essere a capo di un esecutivo che goda della fiducia delle due aule del Parlamento, ossia Camera e Senato. Lo prevede l’articolo 94 della Costituzione. Nella legislatura corrente occorrono 316 voti alla Camera e 161 al Senato per ottenere la maggioranza assoluta.

Nelle democrazie parlamentari, un governo è definito di minoranza se non può contare su una maggioranza assoluta, bensì relativa, dovuta alle astensioni di alcuni deputati o senatori al momento del voto. Il problema maggiore, però, riguarda il prosieguo della legislatura: per governare, infatti, l’esecutivo ha comunque bisogno di una maggioranza sia nelle commissioni parlamentari sia nelle Aule durante le votazioni.

Un governo di minoranza ha quindi possibilità di restare in carica se le opposizioni non sono ostruzioniste, ma “responsabili”.

Governo di minoranza, i precedenti nella storia italiana

In passato ci sono stati diversi governi di minoranza. Per esempio nel 1963, con il passaggio della presidenza del Consiglio da Giovanni Leone ad Aldo Moro: il primo aveva formato il governo con appena 255 voti alla Camera e 133 al Senato. Decisiva l’astensione di Psi, Psdi e Pri, astensione che fu l’antipasto di un loro ingresso nell’esecutivo guidato da Moro, all’inizio di quell’anno.

Nell’agosto 1976 il terzo governo di Giulio Andreotti fu varato con soli 136 voti al Senato e 258 alla Camera. Registrata l’astensione di Pci, Psi, Pli, Pri, Psdi, l’esperienza si concluse nel marzo 1978 con il passaggio dei quattro partiti dalla non sfiducia all’appoggio esterno, proprio durante i giorni del sequestro Moro.

Anche Silvio Berlusconi nel 1994 è stato il premier di un governo senza la maggioranza assoluta al Senato, con 159 senatori tra cui Agnelli, Cossiga e Leone. Quell’esecutivo ebbe comunque vita assai breve, poco più di 8 mesi.

Nel gennaio 1995 venne rimpiazzato dal governo di Lamberto Dini: anche lui, come il Cavaliere, non ottenne la maggioranza assoluta (questa volta alla Camera, con 302 deputati e 270 astenuti, tra cui lo stesso Berlusconi).

Infine, il secondo governo D’Alema (nel dicembre 1999 ottenne la fiducia di 177 senatori e di soli 310 deputati), sostituito dal secondo governo Amato che nell’aprile-maggio 2000 ottenne la maggioranza assoluta sia alla Camera sia al Senato.

© Italiaonline S.p.A. 2021Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963

Cosa significa “governo di minoranza” e quando si è verif...