La variante inglese è più contagiosa: ma è anche più letale? Cosa dicono i dati

Perché la variante inglese al Covid fa così paura? Dobbiamo davvero alzare, ulteriormente, il livello di guardia, anche tra i bambini nelle scuole?

Perché la variante inglese al Covid fa così paura? Dobbiamo davvero alzare, ulteriormente, il livello di guardia, anche tra i bambini nelle scuole? La risposta è senz’altro sì, anche se non bisogna lasciarsi prendere dal panico o usare inutili toni allarmistici senza leggere i dati.

La variante è stata identificata per la prima volta in regioni sud-orientali del Regno Unito nel dicembre 2020 in concomitanza con un rapido aumento nel numero di nuovi casi confermati di infezione da SARS- CoV-2.

Altri studi hanno poi documentato la circolazione di questa variante a partire dal mese di settembre 2020. Nelle settimane seguenti, ne è stata riscontrata una rapida diffusione sia nel Regno Unito che in altri Paesi. Al 2 febbraio 2021, 80 Paesi in tutte le Regioni dell’Oms avevano notificato la presenza di casi: tra questi, quasi tutti i Paesi dell’Unione europea, compresa l’Italia.

Ciò che ad oggi sappiamo della variante VOC 202012/01, lineage B.1.1.7, comunemente chiamata variante inglese, è che è caratterizzata dalla presenza di numerose mutazioni nella proteina spike del virus e da mutazioni in altre regioni del genoma virale.

Perché preoccupa così tanto la variante inglese

Diversi studi hanno evidenziato che la variante inglese presenta una maggiore trasmissibilità (qui come individuare i sintomi). I numeri parlano chiaro: è fino al 70% più contagiosa rispetto ad altre varianti di Coronavirus in circolazione. Gli esperti hanno già avvertito che potrebbe diventare la variante dominante entro marzo, sia in Europa che nel mondo intero.

Si sospetta inoltre che si possa associare ad una maggiore virulenza: potrebbe essere non solo più trasmissibile, ma anche più letale, con un rischio di mortalità di circa il 30% superiore rispetto ad altre varianti.

Le prove del rischio di mortalità provengono dal New and Emerging Respiratory Virus Threats Advisory Group (NERVTAG) del governo britannico e si basano su quattro studi separati condotti sullo stesso set di dati. Gli studi collegano i dati dei test Covid in una piccola comunità con i decessi per malattia.

Tutte le indagini hanno indicato un rischio di mortalità più elevato tra le persone infettate con la variante inglese rispetto a quelle infettate con altre varianti nel Regno Unito. Nessuna delle analisi ha suggerito che il rischio di morte sia inferiore.

Tuttavia, va precisato che le stime potrebbero essere piuttosto incerte, perché provengono dalle analisi di una percentuale relativamente piccola della popolazione inglese. È possibile, cioè, che non si stia ancora valutando il quadro completo.

Variante inglese e mortalità

Nonostante questo, il professore di Modellazione matematica delle malattie infettive presso la London School of Hygiene and Tropical Medicine John Edmunds ha detto che i risultati sono “statisticamente significativi” e dovrebbero essere presi sul serio. “Ci sono molte prove e l’effetto non è piccolo”, ha detto.

Non c’è quindi al momento la certezza assoluta che la variante inglese sia più letale, anche se è probabile, ma proprio per l’incertezza che c’è la nostra soglia di attenzione per ridurre la trasmissione del virus deve essere ancora più alta.

Quello che gli scienziati sanno è che la nuova variante ha una mutazione su una parte del virus che lo rende più in grado di legarsi fortemente alle cellule umane. Questo legame più forte potrebbe a sua volta provocare una reazione eccessiva e più forte da parte del sistema immunitario, che viene duramente attaccato, fino a non reggere più. Questa è la spiegazione biologica più plausibile per capire come mai è più contagiosa, e potenzialmente più letale.

Variante inglese e bambini

La maggiore preoccupazione è legata anche alla maggiore diffusione tra i bambini. Contrariamente a quanto è successo finora con il virus, questa volta i più a rischio potrebbero essere proprio i bambini della fascia 0-9, secondo quanto è emerso nelle ultimi riunioni del Comitato Tecnico Scientifico.

Per questo massima attenzione è rivolta alla scuole, tanto che alcuni esperti hanno suggerito la chiusura di asili e scuole elementari, anche se al momento sembra improbabile che il ministro Bianchi sposi questa linea dura.

L’indagine in Italia dell’Iss

Agli inizi di febbraio, l’Istituto Superiore di Sanità italiano ha pubblicato una relazione tecnica sulla prima indagine sulla variante inglese nel nostro Paese. I campioni analizzati sono stati in totale 852 per 82 laboratori, provenienti da 16 Regioni.

Il risultato dell’indagine, condotta dall’Iss e dal ministero della Salute insieme ai laboratori regionali, dice che nel nostro Paese, così come nel resto d’Europa, c’è una circolazione sostenuta della variante, che probabilmente è destinata a diventare quella prevalente nei prossimi mesi. A livello nazionale la stima di prevalenza di questa variante del virus Sars-CoV-2 è circa del 17,8%. In Francia è del 20-25%, in Germania è sopra il 20%.

La maggiore preoccupazione è legata anche alla maggiore diffusione tra i bambini. Contrariamente a quanto è successo finora con il virus, questa volta i più a rischio potrebbero essere proprio i bambini della fascia 0-9, secondo quanto è emerso nelle ultimi riunioni del Comitato Tecnico Scientifico.

Una nuova mappatura del virus in Italia

Proprio per monitorare attentamente la prevalenza della variante inglese, ma anche la presenza dei ceppi brasiliano e sudafricano, l’Iss ha appena lanciato una nuova mappatura del virus nel nostro Paese. L’indagine è coordinata dall’Iss con il supporto della Fondazione Kessler e in collaborazione con ministero della Salute, Regioni e PPAA. La valutazione prenderà in considerazione i campioni notificati il 18 febbraio.

In Italia, dove la vaccinazione anti-Covid delle categorie di popolazione più fragile sta procedendo ma non ha ancora raggiunto coperture sufficienti (qui il calendario Regione per Regione), la diffusione di varianti a maggiore trasmissibilità può avere un impatto rilevante se non vengono adottate misure di mitigazione adeguate.

Per contenerne ed attenuarne l’impatto sulla circolazione e sui servizi sanitari per l’Iss è essenziale, propri come avviene nel resto d’Europa, rafforzare le misure restrittive in tutto il Paese per riportare al più presto i valori di Rt sotto a 1 e l’incidenza a valori in grado di garantire la possibilità del tracciamento puntuale di tutti i casi: in Italia questo è possibile con un valore di incidenza pari o inferiore a 50 nuovi casi per 100mila in 7 giorni.

I tamponi rilevano le varianti?

Intanto, l’Iss rassicura che gli attuali tamponi per la diagnosi di Covid sono in grado di rilevare le varianti, anche se il ministero della Salute raccomanda l’uso di test molecolari non esclusivamente basati sul gene S.

Si può ricorrere ai test antigenici, ma per le eventuali conferme sono necessari i test antigenici non rapidi (di laboratorio) o quelli rapidi con lettura in fluorescenza (cioè letti con apposite apparecchiature), che garantiscano alta specificità e sensibilità.

Per potere distinguere se un’infezione è determinata da una variante è necessario invece un test specifico altamente specialistico, chiamato sequenziamento, tramite il quale si determina la composizione esatta del genoma del virus. Il sequenziamento non è un’analisi a disposizione del pubblico, ma è un tipo di test che viene effettuato solo in centri specializzati per motivi di sanità pubblica.

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